Leccese morto in Messico: i parenti partono oggi

Zio paterno, cugino ed un amico di famiglia di Simone Renda voleranno da Madrid alla volta di Cancùn, dove arriveranno alle 19 locali. Il rientro con la salma del 34enne previsto fra giovedì e venerdì

C'è profonda tristezza in città. Quell'amarezza che si mescola allo sconcerto, alle domande di rito. E' possibile che una vita possa spezzarsi così, in una stanza semibuia, senza soccorso? E poi quello spaventoso senso di irrealtà, quel vortice che si forma proprio lì, sullo stomaco, quando un fatto tragico accade così lontano da noi, quando di mezzo c'è un Oceano, e le notizie si inseguono sul tam-tam della comunicazione ultramoderna, che sarà pure meraviglia delle meraviglie, ma non riesce comunque a cancellare veramente le distanze come ci raccontano certi guru. E così, ecco la frammentarietà di un quadro in costante divenire, dove ogni ricostruzione è a metà strada tra fantasia, illazione, possibile realtà.

Quello che si sa, ora, della storia di Simone Renda, è tutto da scrivere usando il condizionale. E' tutto affidato a comunicati che appaiono su giornali dello Yucatan, a voci che rimbalzano da fuori. Un tamburellare di sarebbe, potrebbe, dovrebbe. Quello che si sa, anzi, che si saprebbe, è che Simone è stato arrestato, Simone è stato male, malissimo, Simone è morto quando, con più tempestività, forse anche e soprattutto maggior senso di comprensione, forse si sarebbe potuto salvare. Condizionale, appunto.

Alcune fra le persone più vicine al ragazzo partiranno oggi da Madrid, alla volta di Cancùn, dove arriveranno alle 19, ore locali. Uno zio, un cugino di primo grado, un amico di famiglia. In Messico, dovranno esperire tutte le carte, risolvere le beghe burocratiche, sopportare lo strazio di vedersi alzare il lenzuolo, nel freddo obitorio di una nazione caldissima. E prendere una decisione: andare fino in fondo, o mollare tutto? Questo, mentre la procura apre un fascicolo. Perché le cause del decesso, più che altro le dinamiche, sono tutte da accertare.

Simone, 34 anni, impiegato presso una filiale di banca del capoluogo salentino, era partito in Messico per una vacanza solitaria. A Playa del Carmen, 20 chilometri circa da Cancùn, aveva prenotato una stanza d'albergo. Sabato 3 marzo avrebbe dovuto fare rientro in Italia. Ma a volare via è stata la sua vita. Trovato ubriaco dai dipendenti dell'albergo, è stato poi bloccato dalla polizia turistica locale. Questo, a quanto è dato sapere, accadeva giovedì. Giovedì gli agenti avrebbero fatto irruzione nella stanza per portarlo via, o forse l'avrebbe preso per strada. Chi lo sa. Qui, tutti dicono di tutto, nell'inseguimento folle di una notizia. Che mestiere del cavolo, ragazzi. Fate altro, nella vita. Prendetemi sulla parola.

Ma tant'è. Visto che sono qui: ubriachezza molesta, l'accusa. No, di più. Ubriachezza molesta e resistenza a pubblico ufficiale. Cioè la polizia turistica messicana.

In stato di alterazione, terrorizzato da quell'irruzione, c'è da immaginare che Simone avrà protestato, si sarà divincolato, avrà reagito. Non so. Voi che avreste fatto? E' nel posto di polizia che la situazione sarebbe degenerata (o forse in tribunale? Quando è realmente degenerata?). Questo sembrava all'inizio, sempre per il solito discorso della frammentarietà dell'informazione. Perdio, se i giornalisti si parlassero fra loro, confrontando le versioni. E invece no. La gara è a chi ce l'ha più dura, la notizia.

Sarà. Ma questa è (o sarebbe?) la vicenda. Un lungo interrogatorio, per direttissima, le difficoltà della lingua, il senso di smarrimento di fronte ad una situazione in cui non sapere dove appigliarsi, chi chiamare, a chi chiedere aiuto. Gli altri, gli amici, i parenti, a milioni di miliardi di chilometri di distanza. Poi il panico. E il malore.

Succede, dovete sapere, in alcuni casi. E succede in tutte le parti del mondo: una persona tratta in arresto tenta, di fronte alle autorità, di simulare un collasso. Il ricovero come via di fuga. Ma Simone, c'è da crederlo, non stava proprio simulando. Era in sovrappeso, soffriva di ipertensione arteriosa. Di rito, in questi casini, interviene un medico. Se non è un medico, qualcuno che abbia a che fare con la medicina. Magari un infermiere. Si narra che gli infermieri non siano mica scemi, a riguardo.

Comunque, c'è sempre un autorizzato che deve dare un responso. Ed il medico, da quello che è dato sapere, dalle notizie che sono rimbalzate dai funzionari del consolato, laggiù, nella terra degli Aztechi, fin qui, presso la famiglia, sarebbe stato convocato. Ed avrebbe accertato un principio d'infarto. Sarebbe quindi poi intervenuta la figura del giudice. La sua autorità. Per stabilire il da farsi. Ma pare che questi abbia detto no. Confermato l'arresto. Trentasei ore di punizione. Trentasei ore che non sono mai passate. Perché il cuore di Simone, messo dentro giovedì, ad un certo punto ha ceduto, come ha accertato la perizia dei medici legali, alla presenza dei funzionari del consolato. Sabato mattina. Verso le 8,30, 8,40, verso quell'ora lì, insomma.
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Sembra essere esclusa, al momento, la violenza fisica. Ma è una ben magra consolazione. E intanto il corpo di Simone giace lì, in attesa di essere sepolto nella sua terra, insieme al padre, scomparso da tempo. Tornerà a Lecce fra giovedì e venerdì.

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