Overdose di informazioni, ma minore capacità di comprensione: la lectio magistralis

Alcuni estratti e il testo integrale in formato pdf del discorso pronunciato da Zygmunt Bauman, insignito della laurea honoris causa presso l'Università del Salento: dai paradossi della società contemporanea al pessimismo sul futuro

@TM News/Infophoto.

LECCE – Di seguito alcuni estratti della Lectio Magistralis di Zygmunt Bauman, insignito oggi dall’Università del Salento della laurea honoris causa il Lingue moderne, Letterature e Traduzione. Sociologo e filosofo di origini polacche, alla fine degli anni ’60 fu costretto a lasciare il proprio paese davanti ad una nuova ondata di antisemitismo che lo privò della sua cattedra universitaria, a Varsavia. Emigrò prima in Israele e poi, definitivamente, in Inghilterra. Ha 90 anni ed è considerato uno dei più eminenti pensatori della società contemporanea: nell’ultimo periodo, dedicandosi ai suoi studi con la stessa passione e acutezza di sempre, si è dedicato allo studio della postmodernità, intesa come insieme di dinamiche sociali ed economiche che determinano la fragilità e la sensazione di incertezza tipiche della società contemporanea.

L’umiltà di un grande studioso.

“Credo che questa onorificenza non abbia nulla di personale, non sia stata data a Zygmunt Bauman; infatti, l’unica cosa di rilievo che io come persona abbia fatto è a mio parere quella di avere vissuto a lungo e di avere visto più luoghi di qualsiasi altra persona, avere visto più cose e sentito più opinioni. Ritengo piuttosto che si tratti di un riconoscimento all’importanza, alla gravità e all’urgenza di alcune delle questioni a cui ho dedicato nel tempo la mia attenzione e con le quali ci scontriamo tutti oggigiorno.

Informazione versus comprensione.

La situazione è paradossale: abbiamo a disposizione un’enorme quantità di informazioni, almeno in teoria; se consideriamo per esempio il numero di risposte a un singolo quesito che possiamo trovare in Google, la quantità di informazioni è praticamente infinita, se paragonata alle capacità del cervello umano. Giusto un paio di esempi: una singola edizione domenicale del New York Times contiene una quantità di informazioni superiore a quella che i grandi filosofi dell’Illuminismo avevano acquisito durante l’intera vita. Come secondo esempio vi dico che secondo alcuni esperti, ogni giorno vengono prodotti 2 miliardi di miliardi di byte di informazioni, ovvero un milione di informazioni in più di quanto il cervello umano sia in grado di assorbire in tutta la vita. Di conseguenza, questa enorme quantità di informazioni è paradossalmente un ostacolo per la nostra capacità di comprendere le cose. Se da un lato la quantità di informazione aumenta, dall’altra diminuiscono le nostre conoscenze.

Il bisogno e la difficoltà del dialogo.

Abbiamo tutti sotto gli occhi come la nostra società, il Paese che amiamo e in cui siamo cresciuti stia cambiando e stia diventando multiculturale. A differenza di quanto accadeva in passato, diciamo 50-60 anni fa, le persone che arrivano nel nuovo Paese vi trovano una società già multiculturale e molto frantumata al suo interno, e non hanno intenzione, non hanno la possibilità né sono invitati a integrarsi in questa società, ma possono al massimo a interagire con gli individui e le etnie a loro più vicine. Da qui nasce il bisogno e la difficoltà del dialogo: una nuova arte che deve essere acquisita. Un’arte di cui però non sappiamo di avere bisogno, pensando che siano le persone che vengono nel nostro Paese a dover abbandonare le loro tradizioni e le loro identità per adattarsi alla nostra.

Il potere e il limite della parola. 

Devo ammettere che oggi la questione che più mi preoccupa è il potere e il limite della parola. Nonostante la massa di informazioni che ci soffoca e nonostante le nostre università non riescano a offrirci la conoscenza come bene comune, dobbiamo trovare il modo di modificare gli strumenti in nostro possesso, sviluppati per influenzare la condizione umana, affinché risultino adeguati alle nuove sfide sociali. Nel 1975 Elias Canetti raccolse alcuni suoi saggi in un volume dal titolo “La coscienza delle parole.” Il volume inizia citando un’affermazione fatta il 23 agosto 1939, alle soglie della seconda guerra mondiale, da un anonimo intellettuale, il quale scrisse “È finita. Se io fossi davvero uno scrittore, dovrei essere capace di impedire la guerra”. Questa affermazione è interpretata da Canetti come la necessità di assumersi la responsabilità per qualsiasi azione che può essere espressa tramite le parole e di fare penitenza per l’incapacità delle parole di impedire il disastro.

[…]Ma il vero problema è che se anche ve ne fossero, se vi fossero veri scrittori, potrebbero essi prevedere e impedire l’arrivo di una guerra o di una catastrofe? Pensateci bene. Mi dispiace lasciarvi con questa nota di pessimismo, la stessa nota di pessimismo mostrata da Arthur Koestler, un altro grande autore che scriveva all’epoca della Seconda guerra mondiale, quando ricorda  che i profeti Amos, Osea e Geremia, sebbene eccellenti oratori, non furono in grado di scuotere il loro popolo e avvisarlo del pericolo incombente. La voce di Cassandra, se ricordate Omero, era in grado di bucare le pareti eppure la guerra di Troia non fu evitata. Chiudo il mio discorso ponendo alla vostra attenzione una domanda:  è indispensabile attendere che accada una catastrofe per ammettere che la catastrofe sta arrivando? Il pensiero è raccapricciante, ma non possiamo non porcelo.

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