Sabato, 18 Settembre 2021
Cronaca Taurisano

Lei: "Fu suicidio". Ma per i giudici ammazzò il marito

L'accusa aveva chiesto 40 anni, condannata a 27 anni. Enza Basile, 48enne originaria di Ugento, avrebbe assassinato nel 2004 Luigi Cera. Almeno quattro gli elementi che sono andati a suo sfavore

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LECCE - Condannata a 27 anni sui 40 richiesti dall'accusa, rappresentata questa mattina in aula dal pubblico ministero Stefania Mininni. La sentenza è stata emessa nel pomeriggio a carico di Enza Basile, 48enne originaria di Ugento, dai giudici della Corte d'Appello (presidente Giacomo Conte, a latere Francesca Mariano) e dalla giuria popolare. Colpo di scena finale nel processo, dunque: la donna avrebbe ucciso il marito, con una pistolettata alla testa, inscenandone poi il suicidio. Possibile movente: le continue liti della coppia, fino ad attriti diventati ad un certo punto insanabili.

Il rinvio a giudizio era stato disposto il 20 febbraio del 2009, davanti al gup Andrea Cazzella, sulla scorta di diverse prove che sarebbero andate a sfavore dell'indagata, fino a generare questo verdetto. E che tutta la vicenda sia stata ricca di colpi di scena, lo dimostra il fatto che le indagini sono durate anni; la vicenda, almeno in prima battuta, era stata classificata come un suicidio.

I fatti avvennero a Taurisano. Luigi Cera, il marito della donna, fu trovato agonizzante, a causa di un colpo di revolver alla tempia, nel pomeriggio del 15 giugno del 2004. Aveva 44 anni. Giunse in coma, in ospedale, condotto da un'ambulanza. Poi, spirò. Troppo gravi le ferite. Le indagini, in mano al pm Emilio Arnesano, sono però andate avanti, fino a quando il gip Vincenzo Scardia non ha disposto l'imputazione coatta della donna. Sarebbe stata incastrata da almeno quattro indizi.

Il primo: il mancato ritrovamento di tracce di polvere da sparo con l'esame dello stub nelle mani di Cera, nonostante l'arma fosse una pistola a tamburo di dimensioni talmente ridotte da entrare quasi del tutto nel palmo di una mano. Il secondo: la pistola sarebbe stata vista sotto un letto, ad una cinquantina di metri dalla sponda sinistra dove era disteso Cera, dagli operatori del 118.

Terzo: i medici legali non trovarono tracce di ustioni sulla pelle o di bruciatura dei capelli, tipiche di chi esplode un colpo alla testa. Quarto: Enza Basile avrebbe tolto l'arma da sotto il letto per nasconderla in una cassaforte. Dove poi la trovarono i carabinieri.

A questi indizi se ne aggiungono altri: la donna in un primo momento raccontò che Cera si era ferito cadendo, sebbene non si fosse mosso dal letto; giustificò le escoriazioni sugli avambracci sostenendo di essersi ferita cercando di chiudere una finestra mentre portava il caffè al marito, ma i carabinieri verificarono che le ante erano lisce. La donna, che era difesa dagli avvocati Silvio Caroli e Vincenzo Del Prete, ha sempre negato ogni addebito, raccontando che quel giorno stava preparando il caffè al marito, ma che, raggiunta la camera, trovò l'uomo riverso su un fianco con la tempia sanguinante.


Ai giudici, nell'udienza del 20 luglio 2010, aveva riferito di non aver visto in quel momento la pistola dalla quale sarebbe poi partito il colpo mortale. Alcuni dati in mano alla Procura sarebbero però stati incompatibili con l'ipotesi di suicidio. Se sulle mani di Cera i Ris non avrebbero rilevato traccia da polvere da sparo, l'assenza della stessa anche su quelle della donna potrebbe essere giustificato dalla possibilità che si fosse lavata le mani, prima dell'arrivo dei sanitari. Il figlio della coppia si è costituito parte offesa assistito dall'avvocato Roberto Bray.

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