A 40 giorni dalla tragedia in fabbrica: la versione dei dipendenti Scarlino

Lettera dei lavoratori del salumificio nel quale il 30 agosto morì un operaio. Le maestranze respingono l'accusa di aver avuto un comportamento reticente dopo la morte del collega. Il patron dell'azienda è detenuto in regime di arresti domiciliari

L'ingresso del salumificio di Melissano.

TAURISANO – E’ trascorso circa un mese e mezzo dal giorno in cui Mario Orlando, 53enne dipendente del salumificio Scarlino morì schiacciato in un’impastatrice dell’azienda, dopo esservi caduto dentro mentre faceva delle operazioni con un’idropulitrice.

Sono passati invece solo una decina di giorni da quando il Tribunale del riesame ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali dell’amministratore unico dell’azienda, Attilio Scarlino, arrestato con l’accusa di rimozione od omissione doloso di cautele contro infortuni sul lavoro e morte come conseguenza di altro reato. Severe le motivazioni con cui i giudici hanno ritenuto di non accogliere l’istanza degli avvocati Andrea Sambati e Gabriella Mastrolia: si ritiene che l’indagato abbia manifestato una chiara inclinazione all’inquinamento del quadro probatorio oltre ad un modus operandi teso all’eliminazione fraudolenta e artificiosa dei dispositivi di sicurezza.

Sono tre, oltre ad Attilio Scarlino, le persone iscritte nel registro degli indagati. Si tratta di Antonio Scarlino, 42 anni; Luigi De Paola, 43enne, e Mario De Icco, 53 anni, un collega della vittima che potrebbe inavvertitamente aver azionato il macchinario mentre Orlando era all’interno della stessa. Nei suoi confronti è stato ipotizzato l’omicidio colposo. Per gli altri indagati, invece, l’ipotesi di reato è quella contestata al patron.

Oggi i quasi 120 dipendenti che lavorano in quella fabbrica hanno indirizzato una lettera aperta agli organi di informazione che di seguito si riporta integralmente.

A quaranta giorni di distanza dal tragico incidente che è costato la vita al nostro collega Mario Orlando, non c’è momento della nostra giornata di lavoro in cui il suo ricordo non rimbalzi in ciascuno di noi: sia a chi lo ha avuto affianco per tanti anni, in produzione, sia a coloro che lavorando in ufficio vedono la sua foto – in più momenti della giornata – che campeggia nella hall dell’azienda. Ed è proprio nel dolore e nel rimpianto della sua morte che chiediamo a tutti gli organi di stampa che si sono occupati della sua scomparsa, e delle indagini giudiziarie che ne sono seguite, a cosa si riferiscono quando parlano di atteggiamento di omertà e reticenza che avrebbe caratterizzato il nostro comportamento dal 30 agosto ad oggi. Cosa abbiamo taciuto o nascosto?

Ognuno di noi avrebbe voluto collaborare di più e meglio con le Autorità Giudiziarie, nei confronti del cui operato tutti riponiamo la più completa fiducia, per fornire loro ulteriori elementi utili a dipanare una vicenda dolorosissima. Ognuno di noi avrebbe voluto ringraziare gli organi investigativi e tecnici intervenuti celermente nell’ispezione dell’intero impianto, ritornato a funzionare – dopo un iniziale sequestro durato dodici giorni - perché “le macchine non presentano anomalie o carenze in materia di sicurezza”. Ognuno di noi avrebbe voluto dire la sua per definire meglio – a chi non lo conosce – la figura del nostro amministratore dipinto in tutti gli articoli della carta stampata e dei giornali on line come un “pericolo pubblico”, identikit dal quale ci dissociamo pubblicamente.

Se così non fosse ci domandiamo come abbia potuto l’azienda – grazie anche all’attività ed all’impegno personale di Attilio Scarlino - conseguire importanti riconoscimenti non solo per la sua produttività, ma anche in termini di qualità, dimostrata dalle numerose certificazioni ottenute, e soprattutto di umanità. Se così non fosse, se cioè in azienda si vivesse e si lavorasse al limite della sicurezza, perché molti di noi cercherebbero in tutti i modi di far assumere anche i propri figli, le proprie mogli, le proprie fidanzate? Solo per le difficoltà occupazionali che vive il nostro territorio?

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Siamo cresciuti con l’azienda e, pur essendo quasi 120, ci consideriamo un’unica grande famiglia. Ed in un’unica grande famiglia, la scomparsa di uno dei suoi componenti, così come l’alterata considerazione esterna che viene disegnata dalla stampa su un altro - soprattutto se frutto di esagerate interpretazioni di chi non lo conosce neppure - sta a cuore davvero a tutti!

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