La collisione, la caduta e la barca che affonda. “Sentivo il risucchio dell’elica”

L'incidente a Leuca fra un gommone e una lancia. Il racconto di Federico Delli Noci, veterinario leccese, salvo per miracolo. "Mia moglie e mia cognata a bordo urlavano, credendo che fossi morto"

Un momento dell'incidente. Si vede la barca mentre affonda.

LECCE – “Quando sono finito sott’acqua, ho sentito il risucchio dell’elica. Ho retratto gli arti e li ho avvicinati al corpo. Poi, con le mani, mi sono spinto più in basso. In superficie, mia moglie e mia cognata urlavano, temevano che fossi morto. Ne erano certe. Mia moglie, Laura, è stata sotto choc a lungo. E quella notte non siamo riusciti a dormire”.

Federico Delli Noci, 40 anni, veterinario leccese, è uscito quasi indenne da una collisione fra natanti in cui la sua piccola lancia di poco più di 5 metri ha avuto la peggio: affondata nei pressi di Punta Ristola, a Santa Maria di Leuca, dopo il ceffone subito da un potente gommone di oltre 8 metri. Ha visto la morte in faccia, Federico, o, comunque, rischiato di subire lesioni serie. E non si fa per dire.

Il destino a volte tira brutti scherzi, in altri è clemente. Solo questione di centimetri, di eventi collaterali che “decidono” di inanellarsi o meno. Un’ancora sulla chiglia che piomba in testa, un urto violento sullo scafo nell’attimo della perdita dell’equilibrio, o quell’elica che vorticava minacciosamente, quasi sfiorando la pelle, agognando di lacerarla, e addio. Oggi, però, riesce a sorridere, felice dello scampato pericolo. La prende con la giusta dose di filosofia, ma il ricordo, quello, è ancora fresco e rimarrà indelebile nella sua mente e in quella di Laura Daniele, la moglie, e degli altri passeggeri a bordo, la cognata Teresa Daniele, di Maglie, con uno dei suoi tre figli, un bambino di 10 anni.

L'incidente domenica mattina

L’incidente s’è verificato nella mattinata di domenica. “Eravamo un gruppo di amici con tre barche, avevamo deciso di raggiungere la marina di Felloniche, partendo dal porto di Leuca. Dato che la mia barca era la più lenta e che gli altri dovevano fare carburante, ci siamo messi in mare un poco prima”. E anche qui, c’è stata la mano di un destino benevolo, perché la figlia di Federico e Laura e gli altri due bambini di Teresa sono rimasti con il gruppo di amici. Un numero più alto di persone a bordo, specie bambini, avrebbe aumentato notevolmente il rischio di ferimenti. O di qualcosa di peggio.  

La lancia aveva dunque preso il largo da pochi minuti, quando è successo qualcosa. Qualcosa di spaventoso. “Io ero a poppa con mia moglie Laura, davanti c’erano mia cognata Teresa con suo figlio. A un certo punto, Teresa ha sgranato gli occhi e s’è messa a urlare, Laura s’è alzata in piedi, anche lei iniziando ad agitarsi. Giusto il tempo di girarmi – ricorda Federico - e ho visto la prua di un gommone impennata. E’ piombata sul motore – prosegue – e sono caduto in mare. La lancia ha ruotato, dopo l’impatto, e così gli altri sono usciti fuori dalla traiettoria e sono rimasti a bordo. Ma la lancia ha iniziato a imbarcare acqua”.

Poi, l’angosciante sensazione che l’elica stesse per colpirlo, la discesa sott’acqua, l’attesa di qualche istante e la risalita. “Non sapevo se fossi stato colpito da qualcosa. Ho iniziato a osservare intorno a me, per capire se vi fosse sangue in mare, e per fortuna non ce n’era. Ma ho sento mia moglie urlare ‘è morto, è morto’! e così anche mia cognata. Mi sono avvicinato e Laura era traumatizzata”.  E intanto  la barca stava ormai per affondare, così Federico ha afferrato Laura e, con qualche bracciata, l’ha portata verso il gommone. A bordo erano in due. Alla conduzione, un professionista barese. “Non si sono nemmeno tuffati in acqua”, aggiunge, con rammarico, Federico, che non nasconde di aver alzato la voce. 

Ore di attesa in ospedale

Nel frattempo è stata chiamata la guardia costiera sul 1530. Sul posto è arrivata una motovedetta. Tutti sono stati trasportati a riva e sono iniziati gli accertamenti, con testimonianze e dichiarazioni. Gli occupanti della lancia, che dovrà essere tirata in secco, sono stati anche accompagnati in ospedale, a Tricase, per farsi refertare.

Non essendo immediatamente disponibile un’ambulanza (erano comunque codici verdi), un amico si è offerto di accompagnarli al “Cardinale Panico”. E qui hanno atteso interminabili ore che non hanno fatto altro che accrescere l’ansia, rimuginando sull’incidente. Ma in un pronto soccorso, d’estate, si sa, le emergenze prioritarie sono sempre tante. Alla fine, sono stati dimessi con prognosi fra i quattro e i cinque giorni. Solo Federico per una contusione alla spalla, gli altri per lo stato di choc. “Siamo usciti dall’ospedale alle 22,30. E’ stata una giornata assurda e non abbiamo dormito, siamo rimasti tutta la notte con il pensiero”.

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Circa la dinamica precisa, gli accertamenti sono in corso e se ne sta occupando la Capitaneria di porto. Questa narrata, ovviamente, è una dichiarazione di parte e quindi occorrerà valutare anche le affermazioni della controparte. Ma, al di là di tutto, è la storia di una tragedia sfiorata che le vittime possono oggi raccontare in prima persona, nella consapevolezza che il mare cela insidie ovunque e che il fato, a suo modo, è stato anche benevolo.

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