Mercoledì, 16 Giugno 2021
Cronaca

“Scaricata perché incinta”. La denuncia di una salentina desta scalpore in tv

La storia di Roberta, 32enne di Lecce, è simile a quella di tante donne. Ha raccontato alle telecamere de "Le iene", di essere stata liquidata dalla azienda quando ha comunicato di essere incinta. La società, interrogata nella puntata, ha giustificato l'accaduto con "lo scarso rendimento" della propria collaboratrice

Foto di repertorio

LECCE – Vendeva integratori per la gravidanza per conto di un’azienda farmaceutica. Ma quando ad essere incinta è stata lei, la società l’ha fatta fuori senza neppure un “arrivederci e grazie”. L’ennesima, amara storia, ha fatto raggelare il sangue a una lavoratrice salentina. Roberta Martignago è una giovane donna leccese di 32 anni, con laurea e dottorato in Biologia. Nella serata di ieri, il programma televisivo di inchiesta de “Le iene” ha parlato di lei e della vicenda che l’ha vista protagonista negli ultimi dodici mesi.

Tutto è cominciato nel mese di giugno del 2013. Roberta, allora 31enne, collaborava – a partire dal mese di gennaio del 2011- con un’azienda specializzata nella vendita di prodotti farmaceutici con sede a Roma. La biologa salentina, munita come molti coetanei di partita Iva, si è occupata per oltre due anni della distribuzione di quei prodotti nella zona di Lecce e provincia. Fino a quel pomeriggio di inizio estate.

 Secondo quanto raccontato al noto programma in onda su Mediaset Roberta, incinta da tre mesi,  ha comunicato la gravidanza in una telefonata al proprio responsabile di zona. Quella telefonata è stata parzialmente trasmessa nella serata di ieri. Pare che lui non l'abbia proprio presa bene. Stando a quanto ha raccontato la 32enne, ora felicemente mamma di un piccolo di quasi un anno, avuto dal suo compagno, quella che sarebbe dovuta soltanto essere una informazione “di servizio”, senza nessuna conseguenza su lavoro, le si è ritorta contro come uno spietato boomerang.

La biologa, impiegata come informatrice scientifica, si è sentita rivolgere parole che nessuna donna vorrebbe mai sentir dire. Il suo responsabile le ha concesso 24 ore per rimettere il mandato. In caso contrario, le avrebbe chiesto la restituzione di tutti gli anticipi sulle provvigioni. Cosa che, puntualmente, è accaduta. Davanti alla “resistenza” della propria collaboratrice, la società romana ha di fatti inoltrato la richiesta di restituzione di ottomila euro, e sospeso la collaborazione lavorativa. In un secondo momento Roberta, vista la situazione ha presentato una denuncia e avviato l'iter per una vertenza assieme ai propri legali.

Alle “iene”, la società farmaceutica ha motivato il tutto con lo “scarso rendimento” della 32enne. Scarso rendimento che, a detta della neomamma, cozza con quanto avvenuto nel corso dei mesi all’interno della stessa azienda. Roberta lo ha definito come una sorta di autogoa da parte di suoi ex datoril: appena sei mesi prima dell’interruzione del rapporto di lavoro, infatti, le era stato concesso un aumento. Mesi prima ancora un altro. In modo da portare gli importi degli anticipi sulle provvigioni a un accettabile stipendio mensile.Spia del fatto che, evidentemente, Roberta non avesse abbassato la soglia di produttività nè  l'impegno sul proprio lavoro.

Quello che, a causa di un bebè in arrivo, è sfumato. Come se la maternità fosse un optional, un aspetto di cui vergognarsi Come se inficiasse il rendimento di una lavoratrice. Come se arrecasse un danno alla devozione totale richiesta sempre più alle nuove generazioni. Ora Roberta, “sopravvissuta” all’incubo di quel lavoro evaporato, ne ha trovato un altro. Ironica la vita: se prima vendeva integratori per la gravidanza, ora collabora con un’altra azienda che, invece, si occupa di prodotti nel settore pediatrico. L’amarezza, la sua, resta eccome.

E’ la rabbia generazionale di migliaia di giovani donne che, in particola modo nel sud Italia, sono costrette a rimandare il bi-sogno di maternità, o a rinunciarvi addirittura. Finendo per cullare un ricatto, al posto di un figlio.

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