Luci rosse e criminalità organizzata fra le tante facce dell'inchiesta sugli alloggi

In un passaggio dell'ordinanza il gip evidenzia come Monosi, Pasqualini e Torricelli non si sarebbero pestati i piedi fra loro

LECCE - Interlocutore privilegiato di appartenenti a contesti della criminalità organizzata salentina e protagonista di una vicenda a luci rosse, nello specifico di aver agevolato una donna nell’assegnazione di una casa popolare in cambio di prestazioni sessuali.

E’ dipinto così il consigliere comunale e presidente della commissione per il controllo della gestione e degli strumenti di programmazione previsti nello statuto e della commissione lavori pubblici, arredo urbano, verde pubblico, patrimonio e servizi cimiteriali, Luca Pasqualini (addetto all’ufficio Casa del Comune di Lecce dal novembre 2004 al giugno 2012, nonché assessore alla Polizia municipale, Sicurezza, Mobilità e Trasporti dal giugno 2012) nell’ordinanza di custodia cautelare che gli è stata notificata in mattinata nell’ambito dell’inchiesta sugli alloggi comunali.

Pasqualini e i rapporti con i clan

In particolare, stando all’accusa, l’ex assessore avrebbe avuto rapporti col clan di Pasquale Briganti e con persone a questo vicine anche per vincoli familiari, dalle quali avrebbe ricevuto sostegno elettorale e che a lui si sarebbero rivolte per qualunque problema (dal rilascio urgente di certificati a immediati interventi di riparazione negli alloggi) e con soggetti legati al clan di Roberto Nisi per ottenere voti nel corso delle amministrative del 2012.

Queste alcune delle accuse più gravi che, nelle prossime ore, il consigliere avrà modo di respingere durante l’interrogatorio col gip (giudice per le indagini preliminari) Giovanni Gallo che ha firmato il suo arresto ai domiciliari.

Monosi e il supporto di Torricelli

Ai domiciliari, tra i politici travolti dall’inchiesta, sono finiti anche i consiglieri comunali Attilio Monosi (nelle vesti di assessore al Bilancio, Programmazione economica, Tributi, Patrimonio, Edilizia residenziale pubblica e Politiche abitative, Politiche energetiche, Rapporti con le società partecipate, con il personale a decorrere dal 16 giugno 2012, già assessore allo sviluppo economico e al patrimonio presso il Comune di Lecce a decorrere dall’anno 2007) e Antonio Torricelli (all’epoca dei fatti vicepresidente del Consiglio comunale).

Il primo è indicato come capo, promotore ed organizzatore dell’associazione a delinquere, ideatore, sin dall’inizio del suo mandato, delle iniziative strumentali a dare “veste legale” al sistema di illecita gestione degli alloggi di edilizia residenziale, con particolare riferimento alle assegnazioni degli alloggi “parcheggio” di proprietà del Comune.

Nel dare una parvenza di legalità a questo sistema, Monosi sarebbe stato supportato, tra gli altri, da Torricelli, sia in merito all’approvazione del regolamento (n.40/13) sulle case parcheggio, attraverso la creazione di una graduatoria parallela e antagonista a quella ufficiale utile a rafforzare il controllo del bacino elettorale, offrendo agli amministratori uno strumento per acquisire consensi sulla base della prospettiva di assegnazione ai cittadini esclusi o non inseriti nella graduatoria, sia per la modifica in senso più favorevole (abbassando i tempi da tre a due anni) per consentire l’accesso alla sanatoria ad alcuni degli occupanti abusivi esclusi dalla sanatoria già approvata. 

Il gip: "Non si pestavano i piedi fra loro"

Scrive il gip a pagina 774 dell’ordinanza: “Emerge dalle indagini come il Monosi, il Pasqualini ed il Torricelli usavano non “pestarsi i piedi” tra loro, in modo che ognuno potesse agire con più libertà e compiere illeciti, in modo da favorire i loro elettori; si ha la prova, del resto, di numerosi interventi del Monosi in favore del Torricelli (e viceversa), in esecuzione di un accordo diretto a gestire in maniera discrezionale l’assegnazione delle case popolari”.

Si legge ancora in un altro passaggio dell’ordinanza: “La conoscenza delle malefatte compiute dal politico della fazione opposta offriva a ciascuno un’arma di “ricatto”, da spendere laddove non venisse assecondata una propria richiesta. Insomma, secondo il giudice, ci sarebbe stato un patto di “non belligeranza” tra Monosi e Pasqualini, da un lato, e Torricelli (del gruppo di opposizione) dall’altro, “diretto a fare in modo che ognuno potesse agire illecitamente, con il sostanziale “appoggio (tacito, ma a volte esplicito) degli esponenti della compagine politica avversa”.

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