Droga: la lunga mano del clan di Manduria fin nella provincia di Lecce

Sei indagati salentini (cinque per stupefacenti) nell'operazione "Cupola" che ha condotto a 23 arresti per associazione mafiosa

TARANTO – La lunga mano della criminalità organizzata (o, come in questo caso, riorganizzata) di Manduria si estendeva anche in province limitrofe a quella di Taranto. Soprattutto per quanto riguardava l’approvvigionamento e lo smercio di sostanze stupefacenti. E quella di Lecce non faceva eccezione, tanto che risultano sei i nomi oggi iscritti nel registro degli indagati, nell’ambito dell’operazione “Cupola” che, all’alba, ha fatto scattare ventitré arresti.

Nessuno dei sei in questione, però, è finito in carcere o ai domiciliari. Sebbene siano quasi tutti volti noti, in qualche caso anche per pesanti condanne già inflitte in precedenti procedimenti, i loro coinvolgimenti sono apparsi occasionali (sporadici episodi a loro a loro ascrivibili o, in qualche caso, scarsità di prove circostanziate) al giudice per le indagini preliminari Michele Toriello che ha firmato l’ordinanza.

La rinascita del clan con nuovi vertici

L’inchiesta, condotta dal sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza della Direzione distrettuale antimafia di Lecce e portata a termine tramite le indagini della Squadra mobile di Taranto, in collaborazione con il Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine della polizia, ha riguardato un sodalizio rinnovato nei ranghi. Dalla scarcerazione di Nazareno Malorgio (3 febbraio del 2018), nipote di un boss storico della Sacra corona unita, Vincenzo Stranieri, come rilevato dagli investigatori, si sarebbe formato un nuovo assetto in cui, in assenza dei capi storici, sarebbero state ridisegnate le posizioni di vertice. 

I ventitré arrestati all’alba di oggi (quasi tutti di Manduria o comunque della provincia di Taranto, più un paio della provincia di Brindisi) sono ritenuti responsabili a vario titolo di associazione mafiosa, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e di altri reati, tra cui rapine ed estorsioni, tutti aggravati dal metodo mafioso. Vi sono, poi, altri ventisette indagati a piede libero che, nell’ambito dell’inchiesta, hanno ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari e fra questi, appunto, sei della provincia di Lecce.

Stando agli esiti investigativi, a capo di quella che, non a caso, è stata ribattezzata “Cupola”, vi sarebbero stati Giovanni Caniglia, 50enne, Walter Modeo, 45enne, il summenzionato Nazareno Malorgio, 44enne ed Elio Palmisano, 41enne, tutti di Manduria, i quali avrebbero ricorso anche all’intimidazione per assoggettare il territorio, assumendo il controllo del traffico di sostanze stupefacenti, delle attività estorsive e delle rapine nella loro zona d’influenza.

Si tratta, per gli inquirenti, di un’associazione mafiosa che rappresenta il “congiungimento” di due gruppi un tempo in conflitto ed entrambi riconducibili alla Scu, ma con elementi di novità, fra cui alleanze e patti siglati con i gruppi criminali di territori limitrofi, dinamica sempre più evidente negli ultimi anni nelle organizzazioni salentine e, in generale, pugliesi. Il tutto, riducendo il più possibile anche il ricorso alla violenza manifesta, preferendo la minaccia velata e in qualche modo evocativa, discendente dal legame stesso con noti malavitosi.

Walter Modeo e il legame con i leccesi

Un nome ricorrente nei legami con la provincia di Lecce (ma non solo) è quello di Walter Modeo. Secondo la Procura, sarebbe stato lui a curare i rapporti con gli ormai onnipresenti fornitori albanesi, ma anche con altri di Andria e di Oria. E, appunto, si sarebbe premunito – in prima persona o con sodali - anche di smistare forniture di droga in alcuni comuni della provincia di Lecce. Come suoi tramiti, sono stati individuati Fabio Mazzotta, 45enne di Copertino, Antonio Cioffi, 69enne residente a Santa Maria al Bagno (marina di Nardò), Davide Oltremarini, 36enne di Gallipoli, anche se con domicilio a Porto Cesareo, Francesco De Cagna, 53enne di Scorrano ed Emiliano Vergine, 44enne di Squinzano. Per un sesto indagato, Pierangelo Internò, 57enne di Nardò, non coinvolto in giri di droga, occorre invece spendere due parole a parte.

Particolare è la vicenda di Cioffi (con precedenti per associazione mafiosa molto datati, di vent’anni addietro) e Mazzotta, nel legame con il manduriano Modeo. A un certo punto, come si legge nelle carte (sulla scorta, fra l’altro, di intercettazioni), vi sarebbe stato negli affari anche un momento di forte tensione. Cioffi, infatti, da Modeo, per il tramite di Mazzotta, avrebbe ricevuto cocaina per oltre 30mila euro, senza però saldare il debito. E Modeo sarebbe andato su tutte le furie, maturando, qualora la cosa non si fosse sistemata, propositi piuttosto minacciosi.

Cocaina sarebbe stata anche la merce trattata da De Cagna, di Scorrano, con Modeo, fatto che si sarebbe verificato in una, forse due circostanze nel settembre del 2018. Vale la pena ricordare che Francesco De Cagna, proprio di recente, in appello, ha subito una condanna a sei anni e quattro mesi proprio per traffico di stupefacenti, nell’ambito dell’operazione “Federico II”, inchiesta che verteva sui giri di due gruppi, uno legato allo storico clan capeggiato da Andrea Leo, detto Vernel, di Vernole, e l’altro dall’albanese Kristaq Boci, di Valona.

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Circa Oltremarini, questi avrebbe avuto per gli investigatori un contatto con Modeo tramite due corrieri albanesi (per i quali si procedette separatamente, dato che arrestati in flagranza). Questi sarebbero stati inviati a giugno del 2018 a Manduria, in casa di Modeo, per reperire 970 grammi di marijuana e trasportarli a Porto Cesareo, per essere però fermati ad Avetrana. Nella circostanza, Oltremarini, a bordo di una moto, avrebbe effettuato servizio di staffetta.

Compare, poi, il nome di Emiliano Vergine che, in diverse circostanze, avrebbe ricevuto un quantitativo imprecisato di cocaina, comunque per diverse migliaia di euro, da destinare alla rivendita. Almeno, stando alle accuse degli inquirenti. Proprio di recente – come si ricorderà -, Vergine, che ha comunque un passato malavitoso di spicco, è stato assolto per una controversa vicenda in cui non è stata riconosciuta l’esistenza di estorsioni ai danni di commercianti dell’area del nord Salento.

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In nessuno di questi casi, come detto, il giudice ha ritenuto che ci fossero le esigenze cautelari, così come non l’ha ritenuto per Pierangelo Internò, 57enne di Nardò, indagato con altri tre per un caso di estorsione in concorso ai danni del titolare e del fornitore di attrezzature di un circolo ricreativo di Sava. Internò, infatti, stando a quanto emerge dalle conversazioni intercettate, per il giudice non sarebbe stato coinvolto in modo diretto e consapevole nell’attività. Si evincerebbe solo, nel suo caso, il trasporto e l’installazione di slot machine presso circoli ricreativi, curando l’incasso e consegnando il denaro a Giovanni Caniglia di Manduria, ritenuto, come detto, uno dei nuovi reggenti del clan.

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