Massacro di Cursi, l'assassino domani dinanzi al giudice per l'interrogatorio

Roberto Pappadà, il 57enne accusato di triplice omicidio, comparirà dinanzi al gip per l'udienza di convalida nel carcere di Borgo San Nicola

LECCE – Chiuso in un ostinato silenzio, in isolamento nel carcere di Borgo San Nicola, Roberto Pappadà, 57 anni, non sembra mostrare alcun pentimento per la strage compiuta venerdì sera in via Tevere a Cursi. Cinque minuti di lucida e spietata follia, in cui per primo ha ucciso Andrea Marti, 36 anni. Poi ha fatto fuoco contro i genitori di Andrea: Francesco Antonio Marti (63 anni) e Fernanda Quarta (60), e la sorella di quest’ultima, Maria Assunta Quarta, di 55 anni. Franceco Antonio è morto sul colpo, la moglie Fernanda, invece, è stata colpita, ma senza riportare lesioni letali. Maria Assunta è deceduta poche ore dopo nell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, dove gli operatori del 118 l’hanno trasportata in condizioni già critiche.

Domani, alla presenza del suo avvocato, Nicola Leo, comparirà dinanzi al gip Carlo Cazzella per l’udienza di convalida dell’arresto. Al giudice potrà raccontare la sua versione dei fatti, già esposta, in gran parte, nel lungo interrogatorio reso nella caserma dei carabinieri dinanzi al magistrato di turno, Donatina Buffelli. Restano però ancora dei punti da chiarire, a cominciare dalla pistola utilizzata per compiere il massacro, un revolver Smith & Wesson calibro 357 magnum, detenuto illegalmente. Agli inquirenti il 57enne ha raccontato di non ricordare da chi e quando ha ricevuto l’arma, un revolver con una potenza di fuoco impressionante. Sia per il tipo di pistola utilizzata che per l’abilità dimostrata nell’utilizzarla, uccidendo tre persone e ferendone una quarta con cinque colpi dei sette a disposizione. E’ questo uno dei tanti aspetti inquietanti di una vicenda che ha lasciato attonita e sgomenta una intera comunità. Quando i militari dell’Arma lo hanno fermato per portarlo via, la gente è rimasta in silenzio, come stupita, per dirla alla Truman Capote, al vedere che aveva forma umana.

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Elementi che lasciano supporre che l’assassino abbia pianificato e atteso questo massacro in ogni minimo dettaglio. Una rabbia covata da chissà quanto tempo, a suo dire per questioni relative a dissidi e screzi legati soprattutto al parcheggio, esplosa in una sera come tante altre. Pappadà ha atteso che i suoi vicini rientrassero e poi è entrato in azione con spietata ferocia, intenzionato a sterminare un intero nucleo famigliare. Solo il tempestivo e provvidenziale intervento dei carabinieri, capaci con grande professionalità e sangue freddo di calmare e disarmare l’uomo, ha evitato che il bilancio delle vittime continuasse a salire.

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