Domenica, 13 Giugno 2021
Cronaca

Massacro di Porto Cesareo, il gup: assassino freddo e lucido, pronto a tutto

Depositate le motivazioni della sentenza con cui il gup Toriello ha condannato all'ergastolo Vincenzo Tarantino per l'omicidio dei coniugi Ferrari

LECCE – Una “fredda determinazione nel portare comunque a compimento il crimine, dopo l’uccisione dei due scomodi testimoni, divellendo la cassaforte, portandola via con sé, nascondendola in un luogo ove solo lui avrebbe potuto ritrovarla”. E’ uno dei passaggi chiave delle motivazioni della sentenza con cui il gup Michele Toriello ha condannato all’ergastolo Vincenzo Tarantino, il 51enne di Manduria accusato di uno dei delitti più efferati della storia del Salento: il duplice omicidio di Luigi Ferrari, 54 anni, e di sua moglie, la 55enne Antonella Parente, i coniugi massacrati nella loro abitazione di Porto Cesareo alle prime luci dell’alba del 24 giugno del 2014. Il giudice descrive l’imputato come un soggetto dotato “di presenza di spirito, capacità di reagire a eventi imprevisti (la presenza delle vittime, ovvero il loro risveglio, ovvero la loro disperata reazione) scegliendo l’unica condotta che avrebbe potuto garantirgli l’impunità (essendo stato evidentemente riconosciuto dalle vittime che non era riuscito a immobilizzare)”. Nessuna incapacità di intendere e di volere dunque, come evidenziato dallo psichiatra Domenico Suma, piuttosto una “condotta successiva al delitto che rivela – per quanto grossolano e ingenuo sia stato il suo tentativo – della lucida progettazione di una strategia per sfuggire alla condanna: non solo tenendo la condotta dissimulatoria facilmente svelata dai periti, ma anche rendendo al pubblico ministero nell’ottobre del 2015 un racconto che, per quanto smaccatamente inverosimile, denota la sua capacità di insinuarsi tra le inevitabili lacune delle indagini, il tentativo di allontanare da sé ogni responsabilità attraverso la distorta valorizzazione di alcuni elementi emersi nel corso delle indagini”.

In circa 30 pagine il giudice Toriello analizza ogni singolo elemento che ha portato alla condanna, oltre ogni ragionevole dubbio, dell’imputato con rito abbreviato. Un quadro indiziario schiacciante quello raccolto dai carabinieri del comando provinciale di Lecce, in cui “le circostanze indizianti assumono pregio, e possono fondare una sentenza di condanna”.

La “smoking gun”, per usare un’espressione cara a Conan Doyle e il suo Sherlock Holmes, è la banconota, utilizzata da Tarantino, “sulla quale sono state rinvenute tracce del suo sangue e di quello di entrambe le vittime”. “L’elemento – si legge nella sentenza – è talmente rilevante e talmente significativo che non appaiono necessari particolari commenti, essendosi accertato che, a distanza di dieci ore dal delitto, il Tarantino aveva con sé un oggetto che certamente proveniva dall’appartamento dei coniugi”. Con quello banconota da 100 euro, poche ore dopo quel duplice e atroce omicidio, il 51enne acquistò in una stazione di servizio Agip di Avetrana (di cui era abituale cliente) un panino e dell’acqua, due pacchetti di Merit da 10 e un accendino, per un totale di 7,20 euro. Qualche giorno prima del delitto, Vincenzo Tarantino acquistò presso un negozio di Avetrana un piede di porco perfettamente identico, per marca, modello, dimensioni, colore e consistenza, a quello utilizzato per uccidere il Ferrari e la Parente, poi rinvenuto sul luogo del delitto. Ancora, andando via dalla casa di un amico, Vincenzo Tarantino portò con sé la scala che è stata poi rinvenuta sul luogo del delitto.

Ciò che più impressiona è la descrizione che il medico legale Roberto Vaglio fa della scena del delitto. Un viaggio nell’orrore che in cui la realtà supera qualsiasi finzione letteraria o cinematografica. E il racconto del male che travolge e distrugge la quotidianità di una coppia come tante, sorpresa nell’intimità della camera da letto, la stanza in cui ognuno trova rifugio, o pensa di trovarlo, lontano dai pericoli e da una crudeltà che sembra così lontana. “Gli indumenti indossati dai cadaveri – spiega il medico legale – lasciano ipotizzare che le vittime siano state sorprese a letto o comunque prima di vestirsi. Le tracce di alimenti sul tavolo della cucina fanno supporre che avessero consumato la cena della sera precedente”. I coniugi Ferrari non potevano immaginare che quella sarebbe stata la loro ultima cena.

Nella sua lunga e puntuale requisitoria il pubblico ministero Giuseppe Capoccia ha parlato del colore rosso, un colore predominate in questo caso di cronaca. Il rosso del sangue che ha ricoperto gran parte dei pavimenti e dei muri dell’abitazione delle vittime. Sul corpo di Luigi Ferrari si contano complessivamente 31 lesioni traumatiche, localizzate al capo, al tronco ed agli arti. Sul corpo di Maria Antonietta Parente ci sono 12 ferite lacero-contuse distribuite al viso ed al cranio, alcune impresse con una tale violenza da provocare la frattura della volta cranica. Una vera furia omicida quella si abbatte sulle povere vittime, trucidate per poche centinaia di euro. Una rabbia che, scrive il gup, scaturisce dal “risentimento nutrito e della voglia di vendetta dichiarata da Vincenzo Tarantino nei confronti non solo della sua ex convivente, ma anche nei confronti dei suoi zii Luigi Ferrari e Maria Antonietta Parente”.

Una storia di morte e ferocia, di una vita bruciata dalla droga (per cui l’assassino ha dilapidato un patrimonio), simile alla più classica delle tragedie greche, in cui il male esiste, e spesso siede alla nostra stessa tavola.

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