Giovedì, 13 Maggio 2021
Cronaca

Verità sulla morte. La mamma di Ivan: "Io, arrabbiata: voglio i colpevoli e i suoi resti"

Antonella Rizzo di Matino non si dà pace. Ad agosto scorso da un pozzo sono emerse le ossa di un giovane, forse suo figlio scomparso da tre anni. Le spoglie sono nell'istituto di Medicina legale di Bari, ma l'indagine è complessa, perché in pessimo stato ed è difficile comparare il Dna

Antonella Rizzo sul luogo del ritrovamento delle ossa con i carabinieri e altri familiari.

MATINO - “Sono molto rammaricata, arrabbiata”. Dall’alto capo del telefono c’è Antonia Rizzo. A Matino tutti la conoscono come Antonella. Ormai lo è, in realtà, per tutta la provincia di Lecce e oltre confine. Perché del caso di Antonella e di suo figlio Ivan Regoli se ne sono occupate anche trasmissioni nazionali. Per anni sul sito di “Chi l’ha visto?” ha campeggiato anche una scheda con le generalità di quel giovane di 30 anni, scomparso nel nulla il 12 settembre del 2011.

Poche parole per esprimere tutta l’esasperazione di una mamma che da anni cerca la verità, una punizione esemplare per i possibili responsabili di un omicidio, ma che vuole anche indietro il corpo del figlio. O quelle che si suppone, con ragionevolezza, possano essere le sue spoglie. 

Perché se dal giorno della scomparsa lei ha sempre sollevato la voce con l’orgoglio di chi, pur ferito, non ha mai voluto arrendersi, se a novembre di quello stesso anno la Procura aprì un’inchiesta, all’improvviso, in una mattina dell’ultima estate, le nebbie del tempo hanno restituito qualcosa.

Quasi tre anni esatti dopo la scomparsa, un macabro ritrovamento in un pozzo in contrada Sant’Anastia, proprio nelle campagne matinesi, ha aperto uno spiraglio inatteso: ossa umane, ma anche brandelli di abiti e accessori che i familiari più ristretti, compreso il fratello minore, Alessio, hanno riconosciuto come quelli indossati da Ivan. Un paio di pantaloni bermuda, una maglietta, occhiali da vista. 

Elementi utili, e molto, ma non del tutto decisivi. In un’inchiesta così delicata, in cui compare da oltre un anno anche un indagato, è necessario fugare ogni dubbio. E per farlo, ci vuole il tempo tecnico di approfondimenti scientifici.

Ma quanto può essere snervante l’attesa di una verità, dopo anni di silenzio, quando si crede di essere ormai alla meta? Lei, Antonella, sembra quasi non reggere più quest’intervallo sospeso fra il ritrovamento di un corpo e il passo successivo, quello determinante, del definitivo riconoscimento.

La sua chiamata arriva inattesa di primo mattino. E’ un fiume in piena, ma tutto si può riassumere in pochi concetti. “L’hanno trovato il 1° agosto”, ricorda. “Me lo restituiscano al più presto, perché sono stanca. Perché occorre tutto questo tempo? Perché tutti questi ritardi? Questa vicenda sta destabilizzando me e la mia famiglia. Vorrei una risposta a breve e che la magistratura facesse il suo dovere. I colpevoli devono essere presi. Basta quanta libertà hanno avuto. La devono pagare”.   

Antonella Rizzo è una mamma con il cuore grondante di lacrime, il suo appello è umanamente comprensibile, ma gli investigatori non intendono certo lasciare la pista proprio ora che è diventata rovente. Né, vogliono rischiare di compiere errori fatali. Il caso è seguito dai carabinieri del nucleo investigativo di Lecce, comandato dal capitano Biagio Marro, e dai militari della compagnia di Casarano, diretti dal capitano Aniello Mattera, che si sono avvalsi per i primi accertamenti sui resti trovati nel pozzo della sezione investigazioni scientifiche, diretta dal luogotenente Vito Angelelli.

Ai primi del novembre scorso, è stata affidata una consulenza tecnica all’istituto di Medicina legale di Bari. Gli specialisti dovranno stabilire senza ombra di dubbio se quelle ossa umane appartengano a Ivan. Ed ecco i campioni di Dna per la comparazione. Si tratta di un’analisi approfondita e per nulla semplice.

Le “lungaggini” del laboratorio di medicina legale barese del resto, non sono determinate dagli accertamenti di un unico caso di cronaca. Sono decine, infatti, gli episodi al vaglio degli esperti dell’istituto del capoluogo pugliese. E periti e investigatori scientifici sempre troppo pochi. Nella “fila” in attesa di analisi e perizie, infatti, non vi è soltanto la vicenda Regoli. Sul laboratorio della città adriatica convergono tutti i casi irrisolti della Puglia.

Che si tratti di un omicidio, di un senzatetto trovato senza vita, o della morte di un cittadino sotto a un treno, i frammenti da analizzare vengono spediti tutti lì. Con un intasamento a effetto imbuto per le indagini. Com’è accaduto, di recente, con il caso del traghetto “Norman Atlantic”, che ha preso fuoco in alto mare mentre era diretto nel porto di Ancona.

La Procura della Repubblica di Bari ha disposto, com’era doveroso che fosse, una serie di accertamenti sui corpi rinvenuti nelle acque adriatiche. Alcuni dei quali trovati privi di documenti e difficili da identificare. Il consulente incaricato, Francesco Introna, che è anche consulente di parte per la famiglia Regoli (l’altro è il medico legale Alberto Tortorella), è stato assorbito dunque anche dalle più recenti vicende di cronaca.

Agli slittamenti burocratici, che non corrispondono a priorità investigative, ma soltanto a tempi specifici, seguono poi le difficoltà di tipo “tecnico”. Non è semplice, come spesso hanno avuto modo di ribadire gli investigatori della sezione investigazioni scientifiche dell’Arma di Lecce,   risalire al Dna della vittima partendo da frammenti di ossa ormai saponificati.

Se da un campione salivare lo si fa nel giro di pochi giorni, nel caso Regoli i resti rinvenuti e spediti a Bari sono deteriorati e consumati dallo scorrere delle lancette. Sebbene tutto quel tempo non abbia giocato a favore di uno dei casi più misteriosi della cronaca locale, è anche vero che gli sforzi investigativi non hanno lasciato nulla d’intentato. Come quella dell’impiego dei cani molecolari. L’Arma dispone di pochi esemplari, che vengono fatti arrivare dalla Toscana, specializzati nella ricerca e nel ritrovamento di tracce ematiche.

Anche tramite quelle speciali unità cinofile i militari del reparto investigazione scientifiche, assieme ai colleghi del Nucleo investigativo leccese, hanno setacciato le campagne dell’area compresa tra Matino e Parabita, alla ricerca di elementi utili a diradare quei densi coni d’ombra che ancora si stagliano davanti agli occhi di chi è ancora in attesa di una risposta.

Ma cosa dovranno appurare le investigazioni scientifiche nell'ancora irrisolto mistero sulla morte di Ivan? In base anche all’analisi delle lesioni riscontrate sulle ossa, soprattutto una che appare evidente sul cranio, si potrà stabilire se all’origine vi stata un’aggressione o se si tratti della conseguenza della caduta nel pozzo.

foto 3-12-6Un aspetto rilevante, perché potrebbe servire anche a capire anche se l’eventuale omicidio sia stato eseguito da una o da più persone. Fra le tesi investigative, anche quella secondo cui l'ipotetico delitto possa essere avvenuto in un luogo diverso da quello del ritrovamento delle ossa e che l’autore (o gli autori) abbia poi avuto un supporto quando s’è trattato di nascondere il cadavere. L'aiuto di qualcuno che conosceva perfettamente il luogo e il pozzo dove sono stati poi ritrovati i resti umani.

Fra gli aspetti particolari di questa vicenda, il fatto che la scoperta sia avvenuta in maniera del tutto casuale. Quando quella mattina del 1° agosto il nuovo proprietario del fondo ha iniziato a pompare acqua nel pozzo per svuotarlo da fango e rifiuti, all’improvviso si è accorto di una rete affiorante, di quelle solitamente usate per la raccolta delle olive. E tra il fogliame secco che si era posato nel tempo, ha notato parti di ossa. Al momento l’unico nome iscritto nel registro degli indagati (i reati ipotizzati sono omicidio e occultamento di cadavere) è quello di Antonio Coltura, 43enne di Parabita.

L’iscrizione è avvenuta nel 2013, dopo che la sua auto, una vecchia Fiat Punto, è stata sottoposta a una serie di esami per rilevare eventuali tracce di sangue. Gli esami hanno dato esito negativo, così come altre ipotesi investigative. Per una strana coincidenza, però, il terreno in cui sorge il pozzo dove sono stati trovati i resti di Ivan Regoli, prima di essere venduto al nuovo proprietario, apparteneva alla sorella dell’indagato.  

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