Lunedì, 14 Giugno 2021
Cronaca

Il Consiglio di Stato stronca la resistenza dell'Ato: deve pagare 25 milioni

Tra la società Progetto Ambiente e l'ambito di gestione un contenzioso sull'adeguamento della tariffa per l'impianto di combustione dei rifiuti

LECCE – Per l’Ambito Territoriale Ottimale di Lecce la mazzata è di quelle che non si dimenticano: 25 milioni di euro da pagare subito e senza possibilità di rateizzazione, negata per il comportamento ostruzionistico che l'ambito ha dimostrato per tutta la durata del contenzioso.

E’ questo l’esito dell’ultimo pronunciamento del Consiglio di Stato su una vicenda che parte nel 2006 con la stipula di un contratto con il quale viene affidato alla società Progetto Ambiente la gestione di un impianto di combustibile da rifiuti a Cavallino, previa realizzazione dello stesso, e per 15 anni dall’entrata in funzione che, per una serie di ritardi e di controversie giudiziarie, si è concretizzata solo nel marzo del 2009.

A quel punto però la tariffa offerta in sede di gara era secondo la società inadeguata e per questo fu proposto un adeguamento al rialzo, ma l’Ato per lungo tempo non si è pronunciato sulla richiesta fino poi a respingerla con atti formali.  Progetto Ambiente – costituita dalla Cisa di Massafra e dalla società Marcegaglia – si è vista riconoscere le proprie ragioni dal Tar di Lecce, che nel dicembre del 2012 ha stabilito il diritto della società all’adeguamento della tariffa.

Le resistenze non sono cessate, anzi è stato aperto un altro contenzioso che è stato poi risolto dalla decisione di un consulente tecnico che ha stabilito nel 2014 l’entità della tariffa. L’Ato, però, in sede di esecuzione della decisione, l’ha modificata unilateralmente al ribasso stabilendo anche il pagamento degli arretrati in tre annualità e si è rivolta al Consiglio di Stato per la revocazione della sentenza del 2015 con la quale veniva  ribadita la legittimità di una tariffa più alta. Progetto Ambiente che dunque si è rivolta nuovamente al Tar di Lecce.

I giudici amministrativi, accogliendo le tesi dell’avvocato Luigi Quinto, hanno condannato l’Ato a dare esecuzione alla sentenza, senza apportare alcuna modifica delle tariffa e riconoscendo al gestore anche “l’utile d’impresa” che l’Ato aveva negato. Il Tar ha precisato che “l’ente, salvo diverso accordo col gestore, dovrà provvedere al pagamento immediato delle somme spettanti alla controparte, senza possibilità di dilazionarne unilateralmente la corresponsione”.

Non solo, perché il Tar aveva anche specificato che in caso di mancata ottemperanza entro due mesi dalla notifica della sentenza, il collegio giudicante, su richiesta della società, avrebbe potuto fissare un importo a carico dell’amministrazione per ogni ulteriore ritardo e nominare un commissario ad acta. Quel termine di 60 giorni è scaduto il 27 agosto scorso, in attesa di conoscere l’esito del ricorso per revocazione al Consiglio di Stato.

La sentenza dei giudici di Palazzo Spada, pubblicata ieri, ha respinto la richiesta di revocazione e stroncato le speranze dell’Ato. Ora solo Progetto Ambiente potrebbe accordare una dilazione, ma l’imprenditore Antonio Albanese, titolare della Cisa, non ne vuol sentir parlare. 

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