Morì cadendo dagli scogli con la bici, per il gip fu una sua imprudenza

Archiviate le posizioni di sindaco, dirigente ufficio tecnico e comandante di polizia locale di Melendugno. I divieti ben visibili e la zona non fra le piste ciclabili

LECCE - Quella di Walter Ventura Neve, 32enne di origini calabresi, residente a Livorno, fu una tragedia immane, amplificata dalla circostanza che nel Salento vi fosse arrivato, sul finire dell’estate del 2017, in viaggio di nozze. Appassionato di mountain bike, nella mattinata del 3 settembre, precipitò con tutta la sua bicicletta da un tratto di scogliera impervio, fra Torre dell’Orso e Sant’Andrea, rinomate marine di Melendugno. Un volo da un’altezza di 10 metri che non gli lasciò scampo.

Soccorso quand’era ormai in coma, nel giro di un breve lasso di tempo si spense. Ma, secondo quanto rilevato dal giudice per le indagini preliminari Carlo Cazzella, che nelle scorse ore ha sciolto le riserve, la caduta fu dovuta alla “esclusiva negligenza e imprudenza del giovane cicloamatore”.

Erano indagati in tre

Per quell’episodio, in tre erano stati iscritti sul registro degli indagati per omicidio colposo: il sindaco di Melendugno, Marco Potì, il dirigente dell’Ufficio tecnico comunale, Salvatore Petrachi, e il comandante della polizia locale, Antonio Nahi, difesi dagli avvocati Roberto Rella, Giampaolo Potì, Riccardo Giannuzzi e Giuseppe Corleto. Il pubblico ministero Maria Rosaria Micucci, aveva affidato all’ingegner Lelly Napoli, in qualità di consulente della Procura leccese, l’incarico di provvedere a tutti gli accertamenti tecnici necessari a ricostruire con precisione la dinamica e stabilire se effettivamente vi fossero responsabilità per omessa vigilanza. E, stando a quanto emerso non si può attribuire alcuna colpa alò primo cittadino, tantomeno al dirigente o al comandante degli agenti: il percorso, infatti, era interdetto al passaggio e le segnalazioni ben visibili.

Era stato lo stesso pubblico ministero a sollecitare l’archiviazione, sulla scorta di una dettagliata consulenza. La famiglia di Neve, tramite il proprio legale, l'avvocato Giulia Padovani, si era opposta e così, il 14 marzo scorso, si era arrivati in camera di consiglio. I difensori dei tre indagati avevano presentato una propria memoria e, ora, è giunta la decisione del giudice: archiviazione.

Perché il gip ha archiviato

Sono diversi gli elementi che hanno indotto il gip a chiudere il caso, rilevando come all’origine vi sarebbe stata un’imprudenza dello stesso cicloamatore. Neve, infatti, quella mattina si era addentrato in un sentiero oggettivamente rischioso, in quanto sconnesso e stretto e prossimo alla scogliera, superando due cartelli fatti apporre dal Comune di Melendugno, risultati bene visibili, e che indicano sia il “divieto di transito, sosta e campeggio lungo il costone roccioso”, sia la “necessità di prestare attenzione per il pericolo di sfaldamento della falesia e di cedimento strutturale della fascia costiera”.

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Non solo. Il percorso seguito quel giorno dal 32enne in vacanza, non risulta incluso fra le piste ciclabili della zona. Queste si trovano in punti più interni, fra la macchia  mediterranea. E, stando a quanto rilevato dal giudice, non ci sarebbe stato modo di interdire il tratto in maniera ancor più rigorosa rispetto a quanto già fatto dal Comune, con i cartelli, anche piuttosto grandi. Insomma, Neve si sarebbe accollato da solo il rischio dell’iniziativa. Peraltro, secondo i rilievi tecnici, percorrendo quel viottolo, si può notare con un certo anticipo, a occhio nudo, la prossimità del dirupo.

Nessuna colpa di sindaco e altri

“Non si comprende dunque quale addebito possa essere mosso al sindaco di Melendugno (Potì Marco), al comandante della polizia municipale (Nahi Antonio) e al dirigente dell'ufficio tecnico (Petrachi Salvatore) per omessa vigilanza dell'area e predisposizione di ulteriori accorgimenti idonei a inibire l'accesso alla scogliera”, scrive il giudice, traendo le conclusioni.

Resta la vicenda, in sé molto triste, dolorosa. I soccorritori fecero di tutto per salvare Neve, ma era caduto in un punto davvero impervio. Tanto che dovettero intervenire non solo calandosi fra rocce pericolose, ma anche via mare: gli operatori del 118 usarono una loro moto d’acqua del servizio di salvamento estivo per trasportare il 32enne verso la motovedetta della guardia costiera, che lo raccolse e lo portò sul molo di San Foca, dove ad attenderlo c’era l’ambulanza. Un lavoro molto duro, complesso, ma che, purtroppo, si rilevò del tutto inutile.   

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