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Migranti sfruttati nei campi, in appello chiesta la conferma della condanna

L'accusa ha ripercorso l'intera vicenda giudiziaria dell'inchiesta Sabr, invocando la conferma della pena per imprenditori e caporali

LECCE – Il sostituto procuratore generale Giovanni Gagliotta ha chiesto, al termine di una lunga e puntuale requisitoria in cui ha ripercorso l’intera vicenda giudiziaria, la conferma della sentenza di primo grado in cui i giudici della corte d’Assise hanno condannato i vertici di una struttura piramidale di una presunta organizzazione criminale transnazionale, dedita al favoreggiamento dell'ingresso di clandestini nel territorio italiano, per la maggior parte tunisini e ghanesi, destinati a essere sfruttati nella raccolta di angurie e di pomodori. 

Per la prima volta in una sentenza è stato riconosciuto il reato di riduzione in schiavitù, alla base dell'inchiesta. Presente in aula una emittente televisiva tedesca che sta seguendo il processo.

Si tratta del processo scaturito dall'operazione Sabr, condotta dai carabinieri del Ros, guidati allora dal colonnello Paolo Vincenzoni, e del comando provinciale di Lecce. Nel processo oltre la Regione Puglia (assistita dall’avvocato Anna Grazia Maraschio) si sono costituti otto braccianti (tra loro c'è anche Yvan Sagnet, leader dello sciopero dei braccianti stranieri ribellatisi nell'estate del 2011 allo sfruttamento, presente oggi in aula), la Cgil, la Flai Cgil (assistite dall'avvocato Viola Messa), la Camera del lavoro, l'associazione "Finis terrae”.

Partivano nel Salento, passando per Rosarno e la Sicilia, le nuove rotte degli schiavi e dello sfruttamento della manodopera africana. Con il trascorrere dei secoli sono cambiate dunque le vie e le destinazioni di un sistema che ha trasformato i deportati in reclutati. E' questa la triste realtà emersa dall’operazione “Sabr”.

Al vertice della piramide dello sfruttamento ci sarebbero stati i datori di lavoro salentini, cui si affiancavano caporali, cassieri e capisquadra. I datori di lavoro sono gli imprenditori e proprietari terrieri. Undici anni, in particolare, la condanna in primo grado per Pantaleo Latino, detto "Pantalucci", 59enne di Nardò, che sarebbe stato il referente per tutti, costantemente in contatto con il reclutatore Saber Ben Mahmoud Jelassi. Stessa pena per i neretini Livio Mandolfo, 50enne di Nardò, Giovanni Petrelli, 54enne di Carmiano (a lui si sarebbero rivolti gli altri imprenditori in cerca di uomini da utilizzare come bestie nei campi). Undici anni anche ai caporali Ben Abderrahma Jaouali Sahbi, 47 enne, Bilel Ben Aiaya, 33 enne; i cittadini sudanedi Saed Abdellah, detto Said, 30 anni; Meki Adem, 56 anni; Nizqr Tanjar, 39enne; Tahar Ben Rhouma Mehadaoui detto Gullit e l'algerino Mohamed Yazid Ghachir.

Tre anni per Marcello Corvo, assolto dall'accusa di riduzione in schiavitù. Assoluzione, invece, per Salvatore PanoCorrado Manfredi e Giuseppe Mariano, di Scorrano;

Ventidue furono le misure cautelari emesse dal gip di Lecce Carlo Cazzella, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Otto quelle eseguite nella provincia di Lecce, mentre il resto dei provvedimenti fu operato nelle province di Bari, Pisa, Caserta, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Siracusa e Ragusa. I capi d'imputazione, che vanno dall'associazione per delinquere alla riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, estorsione e falso, comprendono anche la tratta di persone. Il Riesame aveva fatto cadere l’ipotesi di riduzione in schiavitù, confermata invece oggi dal pubblico ministero, che ha evidenziato come i lavoratori fossero vulnerabili visto il loro stato necessità e bisogno.

Le indagini, iniziate nel gennaio del 2009, sono proseguite fino a ottobre 2011. Determinati, sono state le dichiarazioni di alcune vittime, coraggiose nel denunciare le condizioni di vita disumane cui erano stati sottoposti nelle campagne di Nardò.

I lavoratori stranieri erano impiegati nei campi di raccolta a condizioni inumane, al limite della sopportazione psico-fisica, e remunerati con paghe al di sotto della soglia di povertà, con una paga che oscillava tra i 22 e i 25 euro al giorno, con un orario di lavoro di 10-12 ore al giorno. Una parte consistente del salario, inoltre, andava al caporale e all'intermediatore, il resto era destinato alle spese per la sopravvivenza. Dalle intercettazioni telefoniche emergono chiaramente le condizioni lavorative disumane a cui erano costretti gli immigrati. “Ora quelli te li sfianco fino a questa sera...”, dice un caporale. “Quelli volevano pure bere e non c'era nessuno che gli dava l'acqua...”, spiega sogghignando un caposquadra.

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