Giovedì, 18 Luglio 2024
Cronaca

Due magistrate nel mirino, individuato il mandante. E' caccia ai complici

L'autore delle minacce alla giudice Maria Francesca Mariano, alla pm Carmen Ruggiero e al direttore di TeleNorba Vincenzo Magistà è imputato nel processo "The Wolf", nell'ambito del quale pende su di lui una richiesta di condanna a 17 anni e quattro mesi

LECCE - Se la procura di Potenza ha individuato il mandante delle minacce alla giudice del tribunale di Lecce Maria Francesca Mariano e alla sostituta procuratrice della Dda salentina Carmen Ruggiero, per chiudere il cerchio occorre individuare chi ha veicolato i suoi "messaggi". In almeno un'occasione il 42enne Pancrazio Carrino (nato a Mesagne e residente a San Pancrazio Salentino) avrebbe agito "in concorso e unione con persone allo stato non identificate", per dirla col gergo giudiziario.

Giovedì 20 giugno è stata eseguita l'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip del tribunale di Potenza Antonello Amodeo, nei confronti dell'uomo, a suggello delle indagini coordinate dal sostituto della Dda lucana Vincenzo Montemurro. Del caso se ne occupa la Direzione distrettuale antimafia di Potenza in quanto sono coinvolte, come parte lesa, due magistrate leccesi: è la competenza territoriale. Dunque, le indagini proseguono. E la concreta possibilità che Carrino abbia tuttora complici in giro capaci di eseguire i suoi propositi rende ancora più attuale il rischio che corrono le due toghe salentine.

"The Wolf": le accuse a carico di Carrino

Non è un problema l'accusa di essere un affiliato al clan della Sacra Corona "Lamendola Cantanna"; non sono un problema le accuse di violenza privata, né quelle in materia di droga. Neppure, infine, un'imputazione per tentato omicidio. Alla fine, Pancrazio Carrino avrebbe fatto realizzato una serie di minacce perché ritiene ingiusta un'accusa che neanche gli può essere mossa: quella di violenza sessuale "indiretta" (manca la querela di parte). Che poi tale violenza, ai danni di una persona all'epoca a lui vicina, sia stato lui stesso a raccontarla al presunto boss del clan - che ascoltava inorridito -, pazienza.

Per le accuse, quelle sì contestate, di cui sopra la sostituta procuratrice Carmen Ruggiero ha chiesto nei confronti di Carrino una condanna pari a 17 anni e quattro mesi di reclusione. Si sta svolgendo, infatti, presso l'aula bunker di Borgo San Nicola il processo - con rito abbreviato - nei confronti dei presunti affiliati e fiancheggiatori del clan "Lamendola Cantanna", dei "mesagnesi" della Scu. Leggendo l'ordinanza e alcune dichiarazioni vergate dallo stesso Carrino, quelle accuse non lo tangono affatto. Il problema è quell'episodio di violenza che non gli viene contestato, ma che in certi ambienti è considerato un'onta.

Tra teste di capretto e coltelli artigianali

E così le minacce raccontate in precedenti articoli si sono concretizzate nei confronti della gip Mariano - è sua l'ordinanza di custodia cautelare relativa al blitz "The Wolf" - e della sostituta Ruggiero, la titolare dell'inchiesta. E anche nei confronti del direttore di TeleNorba Enzo Magistà, perché Carrino quell'accusa che lui ritiene ingiusta l'ha saputa dal tg. In realtà è stata raccontata più volte, anche dalle pagine che il lettore sta leggendo attualmente. E nell'ordinanza di Potenza viene specificato che anche in "certi ambienti" quell'episodio era noto. Lettere firmate col sangue, minacce irripetibili non sono bastate, è stato un crescendo.

Aperta parentesi: il presunto boss del clan, Gianluca Lamendola, e il padre avevano preso le distanze dagli episodi precedenti ai danni delle due magistrate. E in effetti, stando alle accuse mosse a Carrino, loro sono completamente estranei a questi episodi. Il più eclatante è legato a due verbali di Carrino. Nel primo, a colloquio con la pm Ruggiero, sciorina nomi e fatti della Scu, molto realistici e aderenti a quanto già si conosce, tra l'altro. Nel secondo, stilato davanti a un magistrato ternano - Carrino è recluso nel carcere della città umbra -, spiega che avrebbe voluto, nel colloquio precedente, uccidere la magistrata. Non ci è riuscito per l'intervento dell'allora tenente Alberto Bruno (oggi è capitano), all'epoca comandante del Nor di San Vito Dei Normanni. Il militare gli ha sottratto un coltellaccio artigianale.

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Le minacce sono concrete. La solidarietà un po' meno

Insomma, questa breve panoramica serve a far comprendere perché sia stata rafforzata, nel tempo, la scorta a entrambe le magistrate. E perché il rischio che corrono sia ancora potenzialmente attuale. Infatti, il gip lucano definisce tali minacce per niente "iperboliche e irrealizzabili". La testa di capretto ritrovata davanti all'abitazione della giudice Mariano e il coltello sequestrato dal capitano Bruno durante l'interrogatorio della sostituta Ruggiero lo dimostrano. E anche la lettera indirizzata al direttore di TeleNorba Enzo Magistà è un memento. A tal proposito, altra parentesi: a lui va la solidarietà del direttore Emilio Faivre e delle redazioni di LeccePrima e BrindisiReport. E proprio parlando di solidarietà, già in passato su queste pagine venne notato come episodi così gravi non avessero conosciuto la ribalta nazionale. I media "importanti" sono distratti quando alcuni fatti accadono a queste latitudini.

E duole rimarcare come i big del Governo - la presidente Meloni o il ministro Nordio, giusto per fare due nomi - non abbiano espresso pubblicamente neanche una virgola di solidarietà nei confronti delle magistrate. Stesso discorso vale per i salentini Fitto e Mantovano. Per non parlare del Csm. Certo, magari le due toghe hanno ricevuto attestati di solidarietà in privato, ma un gesto "pubblico" è sempre benvenuto e ha tutt'altro valore. L'obiettivo di Carrino, come ricostruito dagli inquirenti, era far recedere dalla propria azione Maria Francesca Mariano e Carmen Ruggiero. Non ci è riuscito: le due magistrate sono ogni mattina al proprio posto, per amministrare la giustizia in nome del popolo italiano. Della solidarietà pubblica dei "grandi" loro magari non ne hanno bisogno per continuare a lavorare. È bene ripetersi: sono i salentini ad averne bisogno, affinché non si sentano remota provincia dell'impero, ma cittadini come gli altri nel resto della Penisola.

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