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Cronaca

Minacce nel carcere di Lecce alla giudice Mariano, si “riparte” con l’aggravante mafiosa

Rinviati gli atti in Procura dopo la modifica del capo d'accusa. Per gli episodi avvenuti a "Borgo San Nicola", il 30 e il 31 agosto 2023, l'imputato aveva provato a patteggiare otto mesi di reclusione, convertiti in lavori di pubblica utilità

LECCE/BRINDISI - Torna ai nastri di partenza uno dei procedimenti sulle minacce ricevute dalla giudice del tribunale di Lecce Maria Francesca Mariano da Pancrazio Carrino, il 42enne di San Pancrazio Salentino (Brindisi) che la stessa gip arrestò nell’ambito dell’inchiesta denominata “The Wolf”, sul clan Lamendola-Cantanna.

A determinare un nuovo inizio è stato il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso alle originarie contestazioni - di porto abusivo di armi e oggetti atti a offendere e violenza o minaccia a un pubblico ufficiale o a un incaricato di un pubblico servizio, per costringerlo a compiere un atto contrario ai propri doveri – che ha reso incompetente a procedere il tribunale in composizione monocratica dinanzi al quale l’imputato era finito a seguito del decreto di citazione diretta a giudizio.

Insomma, preso atto della modifica che comporta un iter procedurale diverso (con l’obbligo della fissazione di un’udienza preliminare e di un eventuale dibattimento, in caso di mancata scelta di un rito speciale, dinanzi a un collegio giudicante), questa mattina la giudice del tribunale di Potenza ha rinviato gli atti in Procura.

La decisione è stata appresa da Carrino, collegato in videoconferenza dal carcere di Terni, al fianco della sua avvocata Valentina Aragona del foro di Roma che inizialmente aveva ottenuto parere favorevole a patteggiare otto mesi di reclusione, convertiti in lavori di pubblica utilità. Ma poi, la stessa Procura aveva fatto dietro front, rincarando persino “la dose” con la modifica della contestazione.

Le minacce nel carcere di Lecce

Gli episodi oggetto del procedimento riguardano quelli avvenuti il 30 agosto e il 31 agosto del 2023 nel carcere di Lecce. Qui, Carrino avrebbe brandito un oggetto metallico tagliente per impedire al personale della polizia penitenziaria di riportarlo in cella, dopo l’ora d’aria, e avrebbe consegnato a uno degli ispettori, in occasione dell’interrogatorio con la giudice, il punteruolo e un foglio dove era riportato il nome di quest’ultima.

Il 42enne non ha mai mostrato alcun segno di pentimento. Anzi. Nella scorsa udienza, ci ha tenuto a rinnovare le minacce nei riguardi della giudice, urlando: “La gip Mariano si deve guardare le spalle” (qui, tutti i dettagli)”.

Parole queste che di certo non sono state ignorate. Gli atti sono stati inviati in Procura, affinché venisse aperto un ulteriore procedimento a carico dell’uomo, lo stesso che, per sua ammissione, finse di voler collaborare con la giustizia per poter incontrare la pm Carmen Ruggiero (titolare delle indagini “The Wolf”) e tagliarle la giugulare (qui, la notizia completa).

L’attribuzione di una violenza sessuale all’origine dell’odio

Stando a quanto riferito dall’imputato, la ragione del suo odio per pm e gip si trova nell’ordinanza di custodia cautelare scaturita dall’inchiesta sul clan Lamendola-Cantanna, dove è stato riportato un episodio di violenza sessuale di cui è ritenuto responsabile.

Quest’accusa dalla quale non può difendersi poiché non gli viene contestata, letta mentre era dietro le sbarre, l’avrebbe portato prima a tentare il suicidio e poi a scatenare la sua rabbia contro le due magistrate. A raccontarlo fu lo stesso Carrino durante l’interrogatorio in cui chiarì di non aver mai avuto alcuna reale intenzione di collaborare con la giustizia.

Assistito dall’avvocata del foro di Roma Valentina Aragona, durante l’udienza preliminare di "The Wolf", il 42enne rilasciò dichiarazioni spontanee per negare questa circostanza.

La stessa donna ritenuta vittima di quel terribile abuso è stata ascoltata lo scorso 30 aprile come teste della difesa nel processo abbreviato e ha negato di aver mai subito violenza da parte dell'imputato, aggiungendo che questi era con lei, la sera del tentato omicidio, di cui secondo gli inquirenti si rese invece responsabile in concorso con altri.

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