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Morte dei clochard nella cisterna, chiesto rinvio a giudizio per la proprietaria

Si è aperta oggi l'udienza preliminare nata dall'inchiesta sulla morte di Veronica Piggini e Riccardo Martin, avvenuta nel gennaio 2014

LECCE – Si è aperta oggi l’udienza preliminare nata dall’inchiesta sulla morte di Veronica Piggini e Riccardo Martina (meglio conosciuto come “Dino”), la coppia di clochard trovata senza vita in una tragica mattinata di gennaio del 2014, all’interno di una cisterna in un edificio abbandonato in via Taranto. Il pubblico ministero Massimiliano Carducci ha chiesto il rinvio a giudizio di Rita Capaldo, la 69enne leccese docente di Criminologia presso l'Università del Salento.

La donna, assistita dagli avvocati Tommaso Stefanizzo e Stefano Prontera, è accusata di omicidio colposo per non aver impedito, in qualità di proprietaria dell’immobile dove è avvenuta la tragedia, la morte della coppia. In particolare, “omettendo di provvedere ai lavori necessari per rimuovere il pericolo di crollo”, “e di inibire l’accesso di terzi all’unità immobiliare, lasciando la porta posteriore facilmente accessibile”. Inoltre, è accusata di omissione di lavori in edifici che minacciano rovina, “per aver omesso di provvedere ai lavori necessari per rimuovere il pericolo di crollo”, poi verificatosi. A provocare la morte fu il cedimento del pavimento, le vittime caddero in una cisterna sottostante, dove annegarono. Il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio soprattutto sulla base dell’attività svolta dal personale dei vigili del fuoco.

Copia di IMG_1473-2Una morte tanto tragica quanto assurda la loro, che ha salvato l’unico bene che hanno conservato in questi anni vissuti da clochard: quello di un’unione vissuta fino alla fine, in quella cisterna fetida e puzzolente, che ha cancellato le loro ultime lacrime. Nel corso dell’udienza si sono costituiti parte civile due fratelli di Martina, assistiti dagli avvocati Nicola Caroli e Chiara Fanigliulo, e una figlia della Piggini, assistita dall’avvocato Arturo Pallara. L’udienza è stata aggiornata al 5 luglio, data in cui il gup Cinzia Vergine dovrà decidere se rinviare a giudizio l’imputata.

Le vittime erano molto conosciute in città. Da circa due anni avevano abbandonato la loro storica “dimora”, due misere tende tra i marciapiedi delle aree di sosta di Porta Rudiae. Da lì erano stati allontanati a gennaio del 2012, per essere ospitati temporaneamente in un bed & breakfast, con la promessa di un alloggio nell’ostello della gioventù a San Cataldo. Poi, la loro storia si era persa tra oblio e le promesse di una classe dirigente afflitta da facili amnesie. In quell’edifico fatiscente, dove un tempo la città lasciava spazio alla campagna, che è stata la loro ultima residenza e la loro tomba, ci sono arrivati per caso, forse per sfuggire alle temperature rigide delle notti invernali. Quelle notti in cui ognuno di noi si rinchiude in casa, lasciando all’esterno i problemi di un mondo che non ci interessa e ci fa paura. Loro sono morti come hanno vissuto: insieme, travolti da un destino mai benevolo. Chiusi nell’ostinata dignità di non voler mai chiedere niente a nessuno, nemmeno alla vita.

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