Cronaca

Morte nel salumificio, finiscono a giudizio i fratelli Attilio e Antonio Scarlino

Il processo per la morte dell'operaio Mario Orlando di Taurisano, avvenuta nel salumificio Scarlino, si aprirà il 24 maggio

LECCE – Sono sei le persone rinviate a giudizio, dal gup Simona Panzera, nell’udienza preliminare relativa all’inchiesta sulla morte dell’operaio Mario Orlando di Taurisano, avvenuta il 30 agosto del 2013 all’interno del salumificio “Scarlino”. Si tratta di Attilio Scarlino, il 53enne amministratore unico dell’azienda di Taurisano; il fratello, Antonio, di 44 anni, nelle vesti di responsabile della sicurezza; Luigi De Paola, 45enne di Ruffano, capo reparto produzione; Daniele Carangelo, 37enne di Taurisano, operaio; e gli operai manutentori Antonio Scarlino, 62enne (omonimo del responsabile della sicurezza) e Massimo Rizzello, 33enne, entrambi di Taurisano. Il processo si aprirà il 24 maggio dinanzi al giudice monocratico Sergio Tosi. Le posizioni di due imputati, Roberto Vocino, 46enne e Fred Sprenger, 52enne, residenti in Germania e tecnici dell’impresa produttrice Inotech, sono state stralciate per problemi legati alle notifiche. I famigliari della vittima, assistiti dagli avvocati Vincenzo Venneri e Laura Parrotta, si sono costituiti parte civile. Gli imputati sono accusati, a vario titolo, di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, a quello di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, fino alle false informazioni al pubblico ministero e al favoreggiamento. Per tutti gli altri:; l’udienza è stata rinviata al 20 febbraio.

Le indagini, coordinate dal pubblico ministro Carmen Ruggiero e condotte dagli agenti del commissariato di polizia, diretto dal vicequestore aggiunto Salvatore Federico, si sono avvalse della consulenza dell’ingegner Cosimo Prontera. L’inchiesta, secondo l’ipotesi accusatoria, ha evidenziato presunte negligenze e manomissioni sul macchinario.

L’esame autoptico evidenziò la morte atroce dell’operaio salentino, letteralmente stritolato dalle lame dell’impastatrice. Il corpo della vittima fu rinvenuto all’esterno del macchinario, dopo che lo stesso era stato rimosso da alcuni colleghi intervenuti per rianimarlo. Un intervento in realtà inutile, poiché il 53enne era già privo di vita. I sistemi di sicurezza, seppur presenti, sarebbero stati rimossi.

Ai fratelli Attilio e Antonio Scarlino, a Luigi De Paola e all'operaio Antonio Scarlino, oltre che a Roberto Vocino e Fred Sprenger, è attribuito di aver manomesso il macchinario per far sì che non vi fossero interruzioni nella produzione. Questo sarebbe avvenuto, tecnicamente, e come primo passo in cui avrebbero compartecipato anche i due tecnici in forza all'azienda tedesca, non facendo installare gli interruttori di blocco dei mescolatori dell’impasto, la cui funzione è di impedire il movimento delle pale di macinazione a vasche aperte.

A quattro di loro, inoltre (facendo eccezione per Vocino e Sprenger), l’accusa attribuisce anche la rimozione e il mancato ripristino di una serie di sistemi di cautela. Ovvero: il cancello con serratura elettrica per bloccare l’accesso alla passerella tra le vasche; la griglia di protezione della coclea di alimentazione che serve per evitare il contatto con le parti in movimenti; gli interruttori di blocco dei mulini in caso di apertura del coperchio; il sistema di arresto immediato dei mescolatori nei momenti d’emergenza; l’interruttore sulla griglia di protezione per il blocco del motore.

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