Mercoledì, 23 Giugno 2021
Cronaca

Morte nella "Scarlino": chiuse le indagini, otto rischiano il processo

Il macchinario nel quale rimase stritolato Mario Orlando di Taurisano sarebbe stato manomesso a più livelli. Accuse anche di aver cercato di sviare le indagini

Un'immagine di polizia e 118 davanti all'azienda nel giorno della tragedia.

LECCE – C’è un primo passaggio importante nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Mario Orlando di Taurisano, avvenuta il 30 agosto del 2013 all’interno del salumificio “Scarlino”: il pubblico ministro Carmen Ruggiero ha chiuso le indagini preliminari a carico di otto persone. Sono state contestate, a vario titolo e in base ai ruoli che nella vicenda ciascuno avrebbe assunto in concorso o meno, una serie di imputazioni che vanno dal reato di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, a quello di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, fino alle false informazioni al pubblico ministero e al favoreggiamento.

Otto posizioni sotto la lente, dunque, fra dirigenti, responsabili e operai della "Scarlino" e non solo, che adesso rischiano il rinvio a giudizio, dopo un’inchiesta certosina durata quasi tre anni e che sembra non aver trascurato alcun dettaglio, affidata alle ricostuzioni del commissariato di polizia locale, diretto dal vicequestore aggiunto Salvatore Federico, e alle successive perizie dell’ingegner Cosimo Prontera sul macchinario incriminato. Investigazioni e consulenze che avrebbero svelato un quadro di seri pericoli dovuti a più livelli di manomissioni. 

Di certo, quello di Orlando fu un decesso orrendo. In una rovente mattina di fine estate, l’uomo, che aveva 53 anni, fu stritolato da una macchina impastatrice. E questo proprio perché sarebbero mancati all’Inotec Im 3000, un’impastatrice di fabbricazione tedesca e di nuova generazione, quei sistemi di sicurezza pur esistenti all’origine e poi rimossi. 

Il nome in cima alla lista è quello di Attilio Scarlino, il 53enne amministratore unico dell’azienda di Taurisano. Segue quello del fratello, Antonio, di 44 anni, nelle vesti di responsabile della sicurezza. Ancora: Luigi De Paola, 45enne di Ruffano, capo reparto produzione; Daniele Carangelo, 37enne di Taurisano, operaio; Roberto Vocino, 46enne e Fred Sprenger, 52enne, residenti in Germania e tecnici dell’impresa produttrice Inotech; infine gli operai manutentori Antonio Scarlino, 62enne (omonimo del responsabile della sicurezza) e Massimo Rizzello, 33enne, entrambi di Taurisano.   

In Procura, dunque, hanno elaborato un teorema su quanto avvenuto in quei giorni. Ai fratelli Attilio e Antonio Scarlino, a Luigi De Paola e all'operaio Antonio Scarlino, oltre che a Roberto Vocino e Fred Sprenger, viene imputato di aver manomesso il macchinario per far sì che non vi fossero interruzioni nella produzione. Questo sarebbe avvenuto, tecnicamente, e come primo passo in cui avrebbero compartecipato anche i due tecnici in forza all'azienda tedesca, non facendo installare gli interruttori di blocco dei mescolatori dell’impasto, la cui funzione è di impedire il movimento delle pale di macinazione a vasche aperte.

A quattro di loro, inoltre (facendo eccezione per Vocino e Sprenger), il pm attribuisce anche la rimozione e il mancato ripristino di una serie di sistemi di cautela. Ovvero: il cancello con serratura elettrica per bloccare l’accesso alla passerella tra le vasche; la griglia di protezione della coclea di alimentazione che serve per evitare il contatto con le parti in movimenti; gli interruttori di blocco dei mulini in caso di apertura del coperchio; il sistema di arresto immediato dei mescolatori nei momenti d’emergenza; l’interruttore sulla griglia di protezione per il blocco del motore.

Attilio Scarlino-3-2-2Insomma, un’impastatrice perfetta e funzionale sarebbe stata trasformata in una trappola mortale, in cui incappò Orlando, chiamato a lavare la vasca destra del macchinario. Il suo corpo fu schiacciato tra le pale in movimento, che non si sarebbero mai dovute azionare e che non si sarebbero nemmeno potute bloccare all’istante una volta all'interno, vista l’assenza di tutti i sistemi di sicurezza citati, fossero essi preventivi o successivi, cioè studiati per i casi d'emergenza estrema.      

L’amministratore Attilio Scarlino, in tutto questo, risponde anche di non aver adeguatamente formato gli operai che si dovevano occupare dell’us e della pulizia del nuovo strumento sui rischi ai quali andavano incontro. E questo forse anche perché a monte, e in questo caso la contestazione ad Attilio Scarlino viene avanzata al pari del fratello Antonio nella già citata carica di addetto alla sicurezza, non sarebbero stati valutati adeguatamente i pericoli ai quali i lavoratori erano esposti. In altre parole, una leggerezza che si sarebbe rivelata fatale. 

Particolare poi è la posizione dell’operaio Daniele Carangelo. Ascoltato dal pubblico ministero in origine come persona informata sui fatti, essendo al lavoro in ditta al momento dell’incidente, avrebbe reso dichiarazioni fuorvianti rispetto alla dinamica dei fatti. Anche il 62enne operaio Antonio Scarlino avrebbe dichiarato il falso, in questo caso parlando con gli agenti di polizia del commissariato, sostenendo che fossero gli operai addetti alle pulizie a rimuovere e rimontare il cancelletto di protezione, a suo dire provocando persino l'ira del patron Attilio Scarlino. Ma, come detto, le indagini vanno in tutt’altro senso, tanto che Scarlino sarebbe stato forse proprio il primo a volere l’assenza dei sistemi di sicurezza.

Gli indagati sono difesi dagli avvocati Alfredo Gaito, Vito Epifani, Andrea Sambati, Stefano Orlando e Donata Anna Perrone. 
 

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