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Morte nella sottovia, confermata in Cassazione la condanna per Branca

I giudici hanno respinto il ricorso della dirigente comunale, confermando la sentenza emessa in primo e secondo grado

LECCE – I giudici della Corte di Cassazione hanno respinto l’appello della dirigente comunale Claudia Branca. Confermata dunque la condanna a dieci mesi (pena sospesa) inflitta in primo e secondo grado per la morte dell'avvocato Carlo Andrea De Pace, avvenuta a 81 anni il 21 giugno del 2009. L’uomo annegò nella sua spider Duetto sotto il ponte che incrocia via del Mare e la circonvallazione, nei tratti fra i viali Japigia e Leopadi, quella mattina completamente allagato a causa di un nubifragio.

L’architetto Branca, all’epoca dei fatti a capo del settore Lavori pubblici, è accusata di omicidio colposo per “aver cagionato per negligenza, imprudenza e imperizia, il decesso di De Pace”. Quella mattina De Pace finì con l’auto nel fondo del sottopassaggio, trasformatosi in una sorta di catino. La spider rimase intrappolata, e l’abitacolo fu completamente invaso dall’acqua. Invano alcuni passanti lo raggiunsero.

Quando riuscirono, con difficoltà, a causa della pressione, ad aprire lo sportello, l’uomo era ormai già deceduto. Il corpo fu adagiato sulla parte sovrastante dello scivolo e coperto sotto una trapunta portata da alcuni residenti dei dintorni, in attesa che arrivassero i soccorritori. Va detto che quel giorno, visto il particolare e violento nubifragio, 118, vigili del fuoco e varie forze dell’ordine, furono impegnati su molti, forse troppi fronti.

Si chiude così una vicenda giudiziaria complessa e controversa che ha visto, dopo la condanna in primo grado, l’assoluzione in appello dell’ex sindaco Paolo Perrone. Il legale della Branca, l’avvocato Giuseppe Corleto, ha evidenziato la totale estraneità ai fatti della sua assistita. La perizia dei consulenti della Procura ha sottolineato come l’allagamento è da attribuire a un “rigurgito” provocato dall’insufficiente funzionamento del sistema di smaltimento delle acque piovane in mare e che si sarebbero dunque riversate all’interno del sottopassaggio”. Un deficit dovuto a un sistema datato agli inizi del ‘900 per un sottovia progettato e realizzato molto prima dei fatti e quindi per il legale non attribuibile a quella che era rimasta l’unica imputata in una condanna che ha un po’ il sapore del capro espiatorio.

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