Morirono per esposizione all'amianto, a giudizio ex vertici della Marina militare

Omicidio colposo, lesioni personali colpose e cooperazione nel delitto colposo. Sono questi i capi d'imputazione a carico di tredici persone nel processo ribattezzato "Marina militare bis". Tredici gli imputati a Padova. Fra i casi, quello del meccanico Giovanni Baglivo, di Tricase

Repertorio (@TM News/Infophoto).

PADOVA - Omicidio colposo, lesioni personali colpose e cooperazione nel delitto colposo. Sono questi i capi d’imputazione a carico di tredici persone nel processo ribattezzato “Marina militare bis”. L’inchiesta, portata avanti dalla sostituto procuratore di Padova, Sergio Dini, ebbe inizio nel 2005. La notizia è stata diffusa anche tramite una nota dell'Osservatorio nazionale amianto.

Al centro di questo caso vi sono due morti dovute alle complicazioni del mesotelioma pleurico, si presume a causa dell’esposizione prolungata all’amianto di cui erano rivestite intere parti delle navi sulle quali hanno lavorato. Uno di loro era il meccanico Giovanni Baglivo, di Tricase, spirato ad appena 49 anni. L’altro, il capitano di vascello Giuseppe Calabrò, 61enne, originario di Siracusa. In realtà, si calcola che nel tempo almeno trecento militari su seicento sospettati di aver contratto patologie simili siano deceduti proprio a causa di problemi derivanti proprio dal contatto con il materiale cancerogeno anche noto come absesto.   

Il giudice per le udienze preliminari Cristina Cavaggion ha dunque mandato a processo uomini che all’epoca dei fatti avevano ruoli dirigenziali. Si tratta, cioè, degli allora esponenti della Direzione generale degli armamenti navali, Lamberto Caporali e Francesco Chianura, della Sanità militare Elvio Melorio, Agostino Didonna e Guido Cucciniello, ma anche dell'ex comandante della squadra navale Mario Porta e di Antonio Bocchieri, Mario Di Martino, Angelo Mariani, Luciano Monego, Umberto Guarnieri, Sergio Natalicchio e Guido Venturoni. Il procedimento si aprirà il 25 aprile prossimo.

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Secondo le accuse, gli imputati avrebbero omesso di mettere a conoscenza il personale militare dei rischi correlati alla presenza di amianto sulle navi e in altri ambienti frequentati per ragioni di servizio, ma anche di sottoporli ai controlli sanitari specifici, di procurare i mezzi di protezione adeguati e, in linea generale, di prendere le dovute cautele per limitare, se non proprio impedire, la diffusione delle letali polveri. 

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