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Venerdì, 19 Aprile 2024
Risarcimento di un milione di euro

Morto per il fumo passivo respirato in carcere. Condannato il ministero

Dopo dodici anni la sentenza del Tribunale civile di Lecce sulla vicenda di un poliziotto penitenziario di Veglie deceduto a 44 anni per un tumore ai polmoni senza aver mai fumato. La battaglia promossa del sindacato Sappe

LECCE - Una battaglia umana e civile condotta per dodici lunghi anni e ora, per la prima volta, il ministero della Giustizia è stato condannato a risarcire con un milione di euro i familiari di un agente penitenziario, deceduto nel 2011 a causa degli effetti del fumo passivo, inalato mentre lavorava in carcere, che lo aveva fatto ammalare di tumore.

A dare la notizia è il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria della Puglia (Sappe), con il suo segretario nazionale Federico Pilagatti, a seguito della sentenza del giudice onorario del Tribunale di Lecce, Silvia Rosato, che ha condannato il ministero per la morte dell'agente penitenziario Salvatore Monda, originario di Veglie e deceduto a 44 anni per tumore ai polmoni senza aver mai fumato. Lo aveva contratto dopo avere inalato il fumo passivo in carcere per 6 ore al giorno, per vent'anni. Aveva prestato servizio presso le sezioni detentive di Milano, Taranto e Lecce. 

Sin dal 2012 i colleghi e responsabili del Sappe avevano preso contatto con la moglie di Salvatore Monda, deceduto l’anno prima per un tumore ai polmoni, per offrirgli la disponibilità a promuovere una causa civile contro l’amministrazione penitenziaria per il risarcimento del danno subito per la perdita del marito. Il poliziotto salentino, infatti, non aveva mai fumato, ma era stato esposto per decenni al fumo passivo che si addensava nelle sezioni detentive.

Ebbene, a più di dieci anni di distanza, con una sentenza storica e senza precedenti, il Tribunale di Lecce ha riconosciuto le ragioni della vedova Monda, condannando il ministero della Giustizia ad un risarcimento di un milione di euro. A tutelare le regioni dei ricorrenti gli avvocati  Nicola e Sandro Putignano del Foro di Bari, con l’avvocato Angela Contento. 

“Il tribunale  civile di Lecce con la sua sentenza pubblicata il 5 Settembre  scorso” ha commentato il segretario nazionale del Sappe, Pilagatti, “ha posto fine a questa ingiustizia che si perpetrava da anni, riconoscendo le gravi colpe dei responsabili amministrativi e politici del ministero della giustizia, che pur sapendo cosa stava avvenendo nelle carceri, nonché  dei pericoli a cui andavano incontro i poliziotti, nulla ha fatto negli anni, per mitigare il pericolo del fumo passivo che riempiva i corridoi delle sezioni detentivi e delle stanze dei detenuti, anche perché il ricambio dell’aria era quasi inesistente”

“Così con questa sentenza, che è la prima in Italia e pensiamo nelle nazioni democratiche” aggiunge il responsabile del sindacato, “il  collega morto a 44 anni di tumore ai polmoni, senza aver mai fumato nella sua vita  ma costretto ad inalare nella sua breve vita  per ore ed ore il fumo passivo durante l’orario di lavoro potrà riposare in pace, mentre la moglie potrà avere un pur minimo riconoscimento per l’immane dolore sopportato, e le gravi fatiche per andare avanti e tirare su tre bimbi piccoli”.

Il Sindacato autonomo della polizia penitenziaria è ben cosciente che la sentenza non elimina le gravi problematiche connesse al fumo passivo e che non si può togliere la possibilità ai detenuti di fumare del tutto, ma alla luce della recente sentenza, che rinvigorisce la propria battaglia a tutela dei diritti, torna a chiedere con urgenza l’installazione, nelle sezioni detentive, del maggior numero di aeratori possibile, di riconoscere tutte le patologie contratte dai lavoratori connesse con il fumo passivo dipendenti da causa di servizio con categoria; di dotare i poliziotti di presidi sanitari (mascherine) per una maggiore protezione dal fumo; di prevedere un’indennità specifica per i poliziotti che lavorano a contatto con la popolazione detenuta, per compensare  il rischio sanitario a cui vanno incontro.

In riferimento al caso specifico invece il Sappe ha chiesto al Presidente della Repubblica Mattarella di intervenire presso il ministro Carlo Nordio affinché non proponga nessun appello poiché “le responsabilità sono chiare e dimostrate, per cui un ricorso servirebbe solo per perdere tempo e non per fare giustizia, uccidendo un’altra volta il collega morto, e impegnandosi a presentare le richieste del sindaco già al prossimo consiglio dei Ministri, come primo atto di risarcimento per i danni causati a migliaia di  poliziotti, costretti a lavorare in ambienti altamente inquinati per anni”.

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