Morte dopo un gioco erotico, sconto di pena in appello per Soter Mulè

Colpo di scena nel processo d’appello per la morte di Paola Caputo, la ragazza di 23 anni (studentessa all’università “La Sapienza”) originaria di Villa Baldassari, deceduta a Roma la notte del 9 settembre del 2011 durante un gioco erotico messo in scena in un garage dell'Agenzia delle entrate, ferendo una ragazza di 24 anni. I giudici hanno condannato Mulè a 3 anni

ROMA – Colpo di scena nel processo d’appello per la morte di Paola Caputo, la ragazza di 23 anni (studentessa fuori sede all’università “La Sapienza”) originaria di Villa Baldassari, piccola frazione del comune di Guagnano, deceduta a Roma la notte del 9 settembre del 2011 durante un gioco erotico messo in scena in un garage dell'Agenzia delle entrate del quartiere capitolino della Bufalotta, ferendo un’altra ragazza romana di 24 anni. I giudici hanno condannato Soter Mulè a tre anni.

Respinti dunque il ricorso e la tesi del procuratore generale che, così come la parte civile (la famiglia Caputo è assistita dagli avvocati Francesca Conte e Maria Calisse), avevano chiesto che l’imputato, Soter Mulè, fosse condannato per omicidio preterintenzionale . Al termine della sua requisitoria il pg aveva invocato una condanna a 8 anni e 6 mesi. In primo grado, al termine del giudizio con rito abbreviato, Mulè, ingegnere romano 46enne, appassionato di fotografia, era stato condannato a 4 anni e otto mesi per omicidio colposo. Reato confermato anche in secondo grado.

Lo sconto di pena deriva dalla scelto del rito di primo grado (che prevede uno sconto di pena di un terzo), dal riconoscimento delle attenuanti generiche e dall’assoluzione per il reato di lesioni nei confronti dell’altra persona ferita, per difetto di querela. Accolta dunque la tesi difensiva del legale dell’imputato, l’avvocato Antonio Buttazzo.

In quella tragica notte di oltre tre anni fa, Mulè aveva partecipato in prima persona al gioco erotico, legando le due ragazze con la tecnica dello shibari, un’antica forma artistica di legatura giapponese divenuta col tempo una pratica sessuale estrema, che consiste nel legare più parti del corpo fino al collo. L’ingegnere romano, molto conosciuto nell’ambiente del bondage, era stato arrestato il pomeriggio dell’undici settembre con l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale, poi derubricata in omicidio preterintenzionale. Il 46enne aveva poi ottenuto gli arresti domiciliari, e l’ipotesi di reato nei suoi confronti era stata riformulata dal gip in omicidio colposo. Poi, era tornato in libertà per decorrenza dei termini: per l'omicidio colposo, infatti, la custodia cautelare è di tre mesi al massimo.

Nelle sette pagine di ordinanza con cui aveva soter mulè-2-2convalidato l’arresto e disposto i domiciliari di Soter Mulè, il gip del Tribunale di Roma, Marco Mancinetti, aveva evidenziato che da parte di Mulè “non vi è stato alcun comportamento di prevaricazione, di minaccia o di costrizione per indurre le due vittime ad accettare di essere legate”. “In ogni caso – si leggeva nell’ordinanza – quella posta in essere dall'indagato è stata una gravissima imprudenza, contrassegnata dall'aver dato corso a una pratica in cui egli stesso si definisce poco esperto e che è oggettivamente rischiosa”.

Nei suoi confronti, però, il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e il sostituto Maria Letizia Golfieri avevano contestato i reati di omicidio preterintenzionale e lesioni dolose gravi, ignorando quanto stabilito dal gip e dal tribunale del Riesame che avevano qualificato come omicidio colposo il reato in virtù del consenso fornito dalle due ragazze alla pratica erotica. Per l'accusa, invece, l'ambito in cui è avvenuto il gioco tra i tre è stato in qualche modo illecito altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di chiedere il consenso alle due ragazze e non sarebbe stata necessaria la presenza di strumenti per soccorrere i partecipanti al gioco, come il coltello, che l’ingegnere non ha tenuto accanto a sé.

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Una tesi che il procuratore generale e la parte civile avevano risollevato in appello, evidenziando come si sia trattato di un gioco erotico pericoloso, in cui l’imputato ha accettato il rischio di provocare la morte dei protagonisti. Tesi che non ha però trovato riscontro nei giudici.

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