Muore a 35 anni dopo la visita in ospedale, condannato a 18 mesi un medico

Si è chiuso con una condanna e un'assoluzione piena il processo di primo grado per la morte di Daniele Campo, originario di Tuglie

LECCE – Si è chiuso con una condanna e un’assoluzione piena il processo di primo grado per la morte di Daniele Campo, un uomo di 35 anni originario di Tuglie, deceduto il 18 febbraio del 2011. Erano due, infatti, i medici rinviati a giudiczio con l’accusa di omicidio colposo. Il giudice Silvia Minerva ha assolto per non aver commesso il fatto Sergio Barone, 43enne di Parabita, in servizio presso la guardia medica di Tuglie assistito dagli avvocati Pasquale e Giuseppe Corleto. Condanna a diciotto mesi, invece, Giovanni D’Agostino, medico del pronto soccorso di Gallipoli, assistito dagli avvocati Luigi e Roberto Rella. La pena è sospesa in caso di pagamento da parte dell’imputato delle provvisionali in favore delle parti civili (entro sessanta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza). In particolare 150mila euro per il padre, e 50mila per la madre, le sorelle e la compagna.

A causare il decesso fu un infarto che colpì il 35enne poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale della “città bella”. Nella denuncia presentata dai familiari dell’uomo, furono evidenziate presunte negligenze da parte della guardia medica di Tuglie (che si sono rivelate infondate) e dei sanitari dell’ospedale della città jonica. Daniele Campo, che lavorava in una pizzeria, avvertì improvvisamente un forte dolore al braccio sinistro, tanto da allertare i familiari, che lo accompagnarono presso la guardia medica del piccolo comune a sud di Lecce.

Il dolore al braccio non si sarebbe mai attenuato e, una volta tornato a casa, le condizioni di Daniele si sarebbero aggravate, tanto da spingere la fidanzata e la sorella ad accompagnarlo presso il pronto soccorso dell’ospedale di Gallipoli, dove arrivò pochi minuti dopo l’una.

Nel nosocomio della “città bella”, secondo quanto riportato nella denuncia, Campo non avrebbe ricevuto alcuna assistenza, nonostante l’uomo presentasse i sintomi tipici del principio d’infarto. I medici si sarebbero limitati a consigliargli di assumere degli antidolorifici e applicare sul braccio dolorante una borsa d’acqua calda, attribuendo il dolore a una semplice nevralgia cervicale con irradiazione al braccio. Il 35enne avrebbe dunque fatto nuovamente ritorno a casa, dove le sue condizioni avrebbero continuato a peggiorare, tanto da richiedere, un paio d’ore dopo, l’intervento di un’ambulanza del 118. I sanitari, giunti sul posto verso le due e trenta di notte, non poterono far altro che costatare il decesso.

Una tragica odissea e un presunto caso di malasanità che spinse i familiari dell’uomo a recarsi presso la stazione dei carabinieri di Sannicola per denunciare quanto accaduto, puntato il dito contro i medici che avevano visitato il fratello nelle ultime ore di vita. Secondo i familiari la morte del 35enne poteva e doveva essere evitata. La denuncia era stata quindi trasmessa per competenza al magistrato di turno, il sostituto procuratore della Repubblica di Lecce, Paola Guglielmi, che aveva aperto un fascicolo e aveva conferito al medico legale Roberto Vaglio l’incarico di eseguire l’autopsia.

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