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Muore a 73 anni, i familiari: “Non è stato il Covid-19, ma la mancanza di cure adeguate”

Abbondanza Antonia Marra, di Ruffano, è deceduta il 2 novembre nel reparto di Malattie Infettive al “Fazzi” di Lecce. La denuncia dei figli: “Non le hanno somministrato i farmaci per gravi patologie pregresse”

LECCE - Muore all’età di 73 anni nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce il 2 novembre scorso e per i familiari a provocare il decesso non sarebbe stato il Covid-19 ma la mancata somministrazione dei farmaci per gravi patologie pregresse.

E’ quanto riportato nella denuncia/querela sporta nei giorni scorsi dai quattro figli di Abbondanza Antonia Marra, di Ruffano, che, attraverso gli avvocati Alvaro Storella e Antonio Storella, hanno chiesto alla magistratura di fare chiarezza su quanto avvenuto e di accertare anche eventuali maltrattamenti subiti dalla donna durante lo stato di degenza.

Tutto è iniziato il pomeriggio del 27 ottobre, quando oltre alla febbre apparsa nei giorni precedenti, la signora aveva manifestato anche una maggiore difficoltà a deglutire. Allertato così il 118, gli operatori, giunti in casa della donna, avrebbero ricevuto dai familiari un foglio sul quale erano state trascritte le terapie personali salvavita e spiegato di non poter i ricevere i medicinali in uso in quanto non sarebbero stati utilizzati in ambito ospedaliero.

Risultata positiva al tampone, la paziente era stata quindi ricoverata nel reparto Malattie infettive del Fazzi e a uno dei figli, anche questo risultato positivo al Covid-19, sarebbe stata negata la possibilità di condividere la stessa stanza così da poter assistere la madre, affetta sin dal 1980 da una grave sindrome che l’aveva resa invalida civile al 100 per cento.

Da quel momento, non potendo avere più contatti diretti con lei, i querelanti avrebbero incalzato il personale medico e paramedico per avere sue notizie, ma queste sarebbero state, a loro dire, contraddittorie e false.

 In particolare, si legge nella querela: “Dal contenuto dei colloqui telefonici intercorsi, risulta una particolare gravità nelle scelte terapeutiche praticate giacché, contrariamente a quanto assicurato dal suddetto personale, la terapia salvavita farmacologica che nostra madre doveva assumere necessariamente, non le è mai stata somministrata”. E, ancora, in un successivo passaggio: “La dottoressa si sarebbe limitata a comunicare che la paziente “anche se sensibilissima non è collaborante” senza che il personale medico desse alcuna importanza ai sintomi che intanto cominciavano a manifestarsi proprio a causa dell’astinenza e agli effetti dovuti  all’interruzione della terapia seguita da decenni”.

In più circostanze, i figli si sarebbero offerti di  consegnare i farmaci necessari, dopo aver sentito dire a un’infermiera che la farmacia dell’ospedale ne era sprovvista, e davanti alle sollecitazioni quotidiane, il medico avrebbe motivato la mancata assunzione "perché non ingoia”, mentre la collega avrebbe assicurato che “ le venivano somministrati per infusione”.

Certo è che dopo quattro giorni, la 73enne è entrata in coma e dopo altri due il suo cuore ha cessato di battere per polmonite a focolai multipli da Sars Cov-2 con insufficienza respiratoria”, stando a quanto riportato nella cartella clinica ottenuta dai familiari il 28 dicembre.

Ma di questo non sono affatto convinti i figli perché gli stessi medici li avrebbero rassicurati del fatto che il Covid-19 non rappresentava il problema poiché a quello la paziente avrebbe reagito bene.

A sostegno della loro tesi, secondo cui la donna fu privata di farmaci salvavita, ignorata nelle condizioni iniziali di salute e curata con farmaci deleteri, allegata alla denuncia, oltre alla cartella clinica e alla registrazione delle comunicazioni telefoniche avute con i camici bianchi, c’è anche il parere dello specialista che da tempo aveva in cura la 73enne.

Il professionista, dopo aver esaminato le carte, avrebbe confermato la interruzione della terapia, la correlazione dell’interruzione con l’insorgenza di febbre maligna, di tremori e convulsioni, la possibilità di somministrazione della stessa terapia anche in ambito ospedaliero e anche in pazienti in coma.

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