Cronaca

Muore sarto accusato di molestie su bimbo. Non si avrà una verità giudiziaria assoluta

Si è spento Luigi Compagnone di Parabita, al centro di una vicenda torbida e sanguinosa. Sua moglie fu uccisa a coltellate dalla mamma di un bimbo che cercava vendetta e poi condannata. Ma per lui la sentenza d'appello per i presunti abusi fu annullata e da celebrare di nuovo. Era prevista a gennaio

I carabinieri la sera dell'omicidio.

PARABITA – Si è spento oggi per cause naturali, a 88 anni, Luigi Compagnone, il sarto di Parabita al centro di una delle più controverse e sanguinose vicende di cronaca nera mai avvenute nel Salento. L’anziano era stato accusato di abusi sessuali ai danni di un bimbo che frequentava il doposcuola presso la sua abitazione, in via dei Mille. Un bimbo che allora aveva solo 7 anni.

Le lezioni venivano tenute dalla moglie di Compagnone, Jolanda Provenzano, maestra in pensione. Fu una tragedia a tinte forti, un dramma nel dramma. L’anziana morì assassinata con dieci coltellate inflitte proprio dalla madre del bimbo, una donna di Casarano all’epoca 34enne. Il suo nome riecheggiò, a metà strada fra il funesto e un senso di pietosa immedesimazione collettiva, come quello della “mamma giustiziera”.

L’intenzione della donna sarebbe stata probabilmente quella d’infierire solo verso Compagnone, che rimase ferito all’addome, in maniera grave, ma non letale. Fu Jolanda Provenzano a morire, perché si frappose nella colluttazione. Nella lotta disperata, subì dieci coltellate. I corpi martoriati di moglie e marito furono ritrovati dal fratello della donna. Compagnone, però, respirava ancora. Quel giorno è rimasto stampato in maniera indelebile nella memoria di molti salentini. Era il 5 novembre del 2007.

Questa storia di ordinaria follia ebbe inizio quando il piccolo, che era ai primi anni della scuola dell'obbligo, iniziò a frequentare le lezioni private presso l'anziana e rinomata maestra. In breve iniziò chiudersi in se stesso, a piangere, a manifestare segni d’insofferenza. Fu la mamma, sempre più preoccupata davanti ai lunghi silenzi e ai pranzi non consumati, a riuscire a intuire qualcosa dalle poche parole estratte dalla bocca del bimbo. “In quella casa succedono brutte cose”.

Il terribile sospetto la condusse a chiedere chiarimenti direttamente alla fonte. Ma a Parabita, in via dei Mille, vi arrivò armata di un coltello nascosto nella borsa. Toccò alla maestra aprire la porta, sostenendo che il marito non potesse parlare perché a letto ammalato. La donna non si fermò, raccontò quanto le fosse stato riferito dal figlio, non volle credere alle rassicurazioni dell’anziana moglie di Compagnone che nulla di quanto detto corrispondesse al vero e si fece strada sulla rampa di scale per affrontare de visu il presunto molestatore.

Compagnone, che era coricato nel suo letto, stando a quanto emerso durante accertamenti e dibattimenti che si sono intersecati, avrebbe in qualche modo confermato le molestie arrivando a dire che al bambino “piaceva”. Parole di fronte alle quali la donna avrebbe completamente perso i lumi della ragione.

Fu così che estrasse il coltello dalla borsa e si scagliò contro il sarto, ferendolo. La moglie si mise in mezzo, ma le toccarono in sorte dieci fendenti e spirò dissanguata in pochi istanti. I carabinieri si ritrovarono davanti a una scena da film dell’orrore, con una trama che divenne ancor più fitta e quasi surreale quando, strada facendo, si ebbe un quadro più nitido del contesto in cui era maturata la vicenda.

La madre del bimbo fu condannata con rito abbreviato a sette anni. Una sentenza poi confermata in Cassazione. Inutilmente fu avanzata richiesta di grazia al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, facendo leva sul raptus e sull’istinto di protezione. Il presidente la respinse, non avallando un senso distorto di giustizia privata, pur nella solidarietà e nel senso di pietà provato da tanti nei confronti della donna.

La condanna, però, arrivò anche per Compagnone, inesorabile, in primo e in secondo grado. Nell’aprile del 2012 furono confermati dieci anni di reclusione. In tutto questo, l’uomo sembrava non dovesse mai finire di ritornare nelle cronache, persino in qualità d vittima. Qualche anno prima di quella condanna in appello, infatti, e per la precisione nel settembre del 2009, rimase vittima di un’efferata rapina in casa. Fu persino denudato, sbeffeggiato e tenuto sotto tiro con un coltello da tre giovani, due poco più che ventenni, uno non ancora maggiorenne. Quella notte stessa gli artefici di una scena da “Arancia meccanica” furono fermati in fuga con il bottino dai carabinieri. Erano i gioielli della moglie assassinata.

Ritornando agli ultimi tempi, i legali che difendevano il sarto, Pasquale e Giuseppe Corleto, non rassegnandosi ai verdetti, ai primi del novembre dello scorso anno riuscirono a provocare un vero e proprio colpo di scena, arrivando davanti alla Suprema corte e facendosi annullare la condanna d’appello. La Cassazione stabilì che dovesse essere celebrato un nuovo processo presso un’altra sezione della Corte d’appello di Lecce. E la data si stava ormai avvicinando. Il nuovo procedimento era stato fissato per il 21 gennaio del 2015.

Compagnone non vi arriverà mai. E per quanto ognuno, in cuor proprio, si sarà composto un'idea personale di questa macabra e triste storia, con la sua scomparsa muore anche la possibilità di una verità giudiziaria assoluta, nitida, certa e inattaccabile. Con i suoi occhi chiusi nel silenzio dell’eternità, si giunge al capitolo finale di un torbido romanzo giallo, dove le pagine del libro sono però maledettamente reali. 

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