Nave stipata con 800 migranti, quattro fermi. Un affare da quasi 5 milioni di euro

Il comandante è un siriano di 36 anni: incastrato da una foto nel cellulare, che lo ritraeva a bordo della Blue Sky M già il 15 dicembre. Altri tre sono membri dell'equipaggio. Sono stati individuati da un pool composto da carabinieri, polizia, finanzieri e guardia costiera. I migranti hanno pagato dai 5 ai 7mila dollari

GALLIPOLI – Quattro fermi di indiziati di delitto. L’ipotesi, immigrazione clandestina. In 48 ore di lavoro incessante e complesso, senza quasi chiudere occhio e sotto un gelo polare, un pool di investigatori composto da rappresentanti di varie forze di polizia ha compiuto un primo, ma rilevante passo in un’inchiesta che già sembra preannunciare sviluppi.

Gli indagati sono un 36enne, ritenuto il comandante della “Blu Sky M”, e tre individui che potrebbero rappresentare i membri dell’equipaggio: un 46enne, un 35enne e un 30enne. Tutti sono siriani. Esattamente come gli altri.   

Le indagini: scoprire l’organizzazione

Quasi 800 migranti in una volta sola il Salento non li aveva mai visti, negli ultimi decenni. E’ pressappoco il numero che si registra in un anno intero di sbarchi “normali” fra Casalabate, riserva delle Cesine, marine di Vernole e Melendugno, litoranea idruntina, Capo di Leuca; i tratti di costa, cioè, dove più spesso volgono le rotte dei trafficanti di vite umane. Sono cifre che richiamano alla mente le ordinarie tragedie consumatesi negli ultimi anni lungo la tratta dalle coste del Nord Africa verso Lampedusa. E che quindi fanno riflettere sui possibili scenari, su eventuali cambi di strategie.  

Proprio questo numero impressionate di uomini, donne, bambini (una quarantina  i minori), lascia dunque intendere che l’inchiesta possa ramificarsi e condurre a nuove scoperte. La prima domanda che gli stessi investigatori si pongono, infatti, è se dietro al viaggio di quella nave di quasi 86 metri battente bandiera moldava esista una potente struttura criminale, o se tutto sia nato in maniera più occasionale, magari da un tam-tam su Internet, come sembrerebbe trasparire da alcune indicazioni. Un aspetto, in realtà, non esclude l’altro ed ecco perché si vuole andare a fondo nella vicenda.   

D’altro canto, il dato che i cosiddetti scafisti abbiano oggi la stessa origine delle persone trasportate, e non siano piuttosto di altre nazionalità (solitamente si tratta di albanesi, greci, turchi o georgiani), lascia intendere che potrebbero essere a loro volta individui in fuga come centinaia di famiglie da una Siria sconquassata da guerra civile che si trascina in maniera logorante fin dalla primavera del 2011. E che abbiano approfittato della conoscenza del mare anche per lucrare sulla disperazione dei loro stessi connazionali. Già, ma chi sono i loro intermediari, e chi, ancora, c’è dietro a questi ultimi in quella che appare una sorta di filiera?

Certo è che fin da quando la nave ha attraccato nel porto di Gallipoli alle prime ore del 31 dicembre, dopo un’operazione congiunta di militari dell’aeronautica, della marina e della guardia costiera (persino con il timore che a bordo potessero esservi individui armati, come si era temuto in un primo momento) un pool di investigatori non ha smesso di sondare il campo in cerca di risposte.

Hanno lavorato a gomito a gomito carabinieri del reparto operativo e del nucleo investigativo di Lecce con il supporto di varie compagnie, squadra mobile con i commissariati, comando provinciale della guardia di finanza, capitaneria di porto gallipolina. Il fascicolo è ora nelle mani del pubblico ministero Antonio Negro, di turno in Procura.     

L’abito a volte fa il monaco

Capire chi potesse essere alla guida di quella sorta di esodo e quali i suoi aiutati non è stata opera semplice. Il lavoro è stato soprattutto di selezione e scrematura. Anche se l’uomo che si ritiene alla conduzione della nave è stato individuato quasi subito grazie a quelli che si potrebbero dire i classici dettagli che fanno la differenza: una buona conoscenza della lingua inglese, l’abbigliamento più curato, una certa dimestichezza con rotte nautiche e regole di navigazione. E allora, non è sempre detto che l’abito non faccia il monaco, come vuole l'adagio popolare. Gli altri tre, ritenuti membri dell’equipaggio, sono invece stati isolati dal gruppo solo nelle ultime ore. E qui il lavoro è stato più complesso, perché i sospettati iniziali erano di più.

Nella difficile ricerca di testimonianze e collaborazione con alcuni fra i migranti sbarcati (gli impedimenti più ovvi: lo scoglio della lingua e la reticenza dei più a parlare), alcuni fra gli stessi disperati in fuga erano stati all’inizio erroneamente indicati come probabili appartenenti all’organizzazione al governo della nave.

In realtà, si sarebbe ben presto capito, si trattava solo di passeggeri fra i più attivi nel cercare di avere un dialogo con il “personale di bordo”, anche per capire quali fossero le prossime mosse nel momento più drammatico, quando la “Blue Sky M” s’è trasformata in una vera e propria mina vagante al largo di Corfù, sottoposta a venti sino a 50 nodi. Tutto questo mentre ancora riecheggiava la tragedia di un’altra nave, la “Norman Atlantic” in fiamme con il suo carico di dolore e morte.  

In realtà, le difficoltà sono nate anche perché i quattro indagati sarebbero stati visti da pochi. Per la maggior parte del tempo sarebbero rimasti in plancia, distaccati dai trasportati. Ovviamente, gli investigatori non si sono limitati soltanto alle indagini di tipo tradizionale, ma hanno corroborato gli indizi con una serie di rilevamenti tecnici sui telefoni. Un aspetto curioso: gli investigatori hanno trovato nel cellulare del 36enne ritenuto al comando una fotografia che lo ritraeva a bordo della "Blue Sky M" già il 15 dicembre, quindi due settimane prima della partenza. E a quel punto ha avuto ben poche scuse per giustificare la sua presenza a bordo così tanto tempo prima.  

Molto ancora, però, c’è da scoprire sui segreti di quella nave moldava e forse si potrà grazie alle tracce sui sistemi Gps. A partire dal punto esatto da cui è salpata. Gli inquirenti sospettano che abbia preso il largo dalla Turchia, diretta in Croazia, ma quasi vuota. Il grosso del carico potrebbe essere stato fatto altrove. E’ forse più di un’idea che tutto sia avvenuto al largo di qualche isola greca. I migranti potrebbero essere saliti a bordo da pilotine. Una cosa è certa: hanno riferito di aver versato cifre oscillanti fra i 5mila e i 7mila euro (o dollari). Il che lascia trasparire un affare colossale, fra i 4 e i 5 milioni di euro. Ecco perché è più che lecito sospettare che dietro di tutto vi siano potenti organizzazioni.   

Il drammatico viaggio e l’avaria

La nave, come ormai risaputo, è arrivata in porto a Gallipoli alle 2,37 del 31 dicembre, dopo essere stata abbordata nella tarda serata precedente a circa 15 miglia circa dalla costa Novaglie. Al governo del cargo si sono messi i militari della guardia costiera di Gallipoli grazie anche all’intervento aereo garantito da due elicotteri della marina militare e dell’aereonautica decollati da Grottaglie e Gioia del Colle.

I militari della capitaneria sono riusciti a giungere a bordo della nave calandosi dai due elicotteri, ed hanno preso il controllo dell'imbarcazione prima che rischiasse di schiantarsi contro la scogliera. Di fatto, s’è evitata una tragedia. Il primo messaggio di possibili persone armate a bordo è risultato oltretutto una bufala. Sembra che qualcuno abbia lanciato dalla nave questo tipo di allarme, via telefono, alle autorità, probabilmente nella speranza che fossero accelerate le operazioni.

Il trasferimento è avvenuto grazie agli elicotteri HH139 dell'aeronautica ed EH101 della marina, dopo che le motovedette nel pomeriggio si erano avvicinate senza riuscire ad effettuare l'abbordaggio a causa del mare grosso. Solo a circa 3 miglia da Santa Maria di Leuca i militari della capitaneria sono riusciti a far cambiare rotta alla nave nonostante il motore fosse bloccato. 

La marina militare nel frattempo ha inviato un rimorchiatore partito da Taranto per trainare l’imbarcazione fino alle banchine del porto gallipolino. Poi, s’è messa in moto l’iponente macchina dei soccorsi, seguita dalle identificazione e dallo smistamento dei migranti in strutture d’accoglienza di più parti d’Italia. Centinaia di cittadini di Gallipoli, dimostrando un grande cuore, hanno portato vivande e bevande, fino a quando la protezione civile non ha dovuto dire persino basta, perché di generi ve n’erano fin troppi, tanto da rischiare di andare buttati.

Questo il riepilogo delle ultime ore, ma con molti punti interrogativi che attendono una risposta e non solo sul fronte delle indagini. Passato il lavoro dei militari in mare e delle forze dell’ordine a terra, passato quello di 118, Croce rossa, vigili del fuoco e via dicendo nella gestione dei soccorsi, resta anche da capire perché la Grecia, che ha ricevuto i primi Sos nel pomeriggio del 30 dicembre e che pure aveva la sua marina militare in stato d’allerta, sia rimasta sostanzialmente immobile.

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Le indagini di polizia giudiziaria sono soltanto l’ultimo livello del fenomeno e non pongono certo una risoluzione a un’emergenza che riveste carattere internazionale, in cui la politica europea è chiamata a dare soluzioni e ogni Paese a fare la sua parte.  

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