Niente domiciliari per Monosi, ma confermata l'interdittiva

I giudici del Riesame si sono espressi in maniera salomonica, confermando da un lato per l'ex assessore la misura del gip, ma rigettando dall'altro la richiesta di arresto avanzata dai sostituti procuratori di Lecce

L'ex assessore Monosi alla destra del sindaco Paolo Perrone.

LECCE - Sì all'interdittiva, no ai domiciliari. Erano ore di attesa, dopo l'udienza fiume di ieri, e oggi si è saputa la decisione: per l'ex assessore Attilio Monosi il Riesame ha confermato l'interdittiva di un anno. La vicenda è collegata all'inchiesta più ampia, quella sui fondi antiracket. Una posizione, la sua, nella maxi inchiesta sui presunti illeciti sui fondi destinati alle sedi dell’antiracket, legata a presunte irregolarità nel pagamento delle opere di ristrutturazione presso lo sportello di Lecce, pagate con i fondi comunali anziché con quelli erogati dall’apposito ufficio.

L'aggravamento della misura, chiesto dai pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci, si basa sulla conetstazione dei reati di peculato e truffa. Un'ipotesi che non sembra aver trovato riscontro nei giudici del Riesame. L'ex assessore non avrebbe però denunciato l'errata erogazione dei fondi. Quella di Monosi è una posizione legata a presunte irregolarità nel pagamento delle opere di ristrutturazione presso lo sportello di Lecce, pagate con i fondi comunali anziché con quelli erogati dall’apposito ufficio. “Un errore – ha spiegato Monosi – avvenuto nel 2013. La copertura finanziaria c’era, ma a finanziare l’opera doveva essere il Ministero”.

L’assessore ha spiegato che dopo avere saputo di quanto avvenuto, si è subito attivato per il recupero della somma in via bonaria, senza però ottenere il risultato sperato, a causa delle cattive condizioni economiche dell’impresa. Pe questo, nel maggio del 2016, la giunta ha deliberato di procedere per vie legali al recupero del denaro, versato poi nelle casse comunali il 20 luglio del 2016 (circostanze supportate da riscontri documentali).

I giudici del Riesame hanno invece accolto la richiesta deli arresti domiciliari formulata per l’imprenditore Giancarlo Saracino, 63 anni, di Lecce; e Marco Fasiello, 39enne di Lecce, figlio della Gualtieri. Rigettata invece l'aggravamento della misura (dai domiciliari al carcere) Serena Politi, 40enne di Carmiano, collaboratrice della Gualtieri. Il legale della donna, l’avvocato Giuseppe Milli, ha evidenziato come non sussistano le esigenze cautelari, anche in virtù del fatto che la stessa ha interrotto ogni rapporto con l’associazione dal gennaio 2016.

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L'accusa ha rinunciato all'appello per l’avvocato Fabio Varallo e la moglie Chiara Manno, avvocato anche lei. Si tratta di due figure chiave nell’inchiesta, Varallo era il vicepresidente dell’Associazione antiracket Salento e responsabile dello sportello di Brindisi. Ruolo ricoperto dalla Manno a Taranto. I due (assistiti dall’avvocato Paolo D’Amico), in un interrogatorio fiume dinanzi agli inquirenti (Varallo è stato sentito anche il 12 giugno), hanno evidenziato un atteggiamento collaborativo, svelando le trame ordite, a loro dire, da Maria Antonietta Gualtieri, 62enne leccese, presidente dello sportello Antiracket.

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