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Cronaca

Non ci fu alcun piano per arrivare alla misura di ammonimento: verdetto ribaltato

In appello assoluzione piena per gli imputati accusati di aver costruito una trama per screditare un uomo, destinatario nel 2011 di un provvedimento del questore. E adesso condannato anche a rifondere le spese di lite

LECCE – Si è concluso con un verdetto di assoluzione piena, perché il fatto non sussiste, il giudizio di secondo grado nei confronti di M.D.L., 46enne leccese, agente di polizia, della sua coetanea A.A, originaria della provincia di Livorno, di M.L. una 37enne, di Matera ma domiciliata a Lecce e di I.G., 44enne di Nardò.

L’agente era stato già assolto in primo grado dal capo di imputazione di abuso d’ufficio, mentre gli altri tre erano stati condannati, con pena sospesa: a due anni e sei mesi la donna toscana, a due anni gli altri due imputati. L’esito del secondo grado ha però smontato per intero l’impianto accusatorio. Il quadro si completa con la condanna al pagamento delle spese di lite in appello per la parte civile, D.R., di 49 anni, dalla cui denuncia erano partite le indagini.

Quella che si è alla fine rivelata una ricostruzione con fragili fondamenta sosteneva che la donna toscana si fosse fatta promotrice di una istanza per ottenere un provvedimento di ammonimento per atti persecutori – che venne effettivamente adottato (2011) per poi essere poco dopo revocato - nei confronti dell’ex compagno, il 49enne, sotto una sorta di regia dell’agente di polizia, con la quale solo successivamente era nato un rapporto sentimentale. E per ottenere tale misura a tutela della donna sarebbe stato ordito un piano con tanto di testimonianze.

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