Martedì, 15 Giugno 2021
Cronaca

Non fu estorsione col metodo mafioso, sconti di pena e assoluzioni in appello

E’ di un’assoluzione e due sconti di pena il bilancio del processo d’appello nei confronti dei tre neretini accusati di aver preteso denaro da un imprenditore. Condanne lievi per Salvatore Alligri e Salvatore Maceri, e non doversi procedere, invece, per Antonio Duma

LECCE – E’ di un’assoluzione e due sconti di pena il bilancio del processo d’appello nei confronti dei tre neretini accusati di aver preteso denaro da un imprenditore. Per Salvatore Alligri, 48 anni, la pena è di quattro mesi (a fronte di un anno e due mesi di reclusione); per Salvatore Maceri, 47 anni, la pena è di 6 mesi e 26 giorni (a fronte di un anno mezzo). Non doversi procedere, invece, per Antonio Duma, 52 anni. Per Duma e Maceri i giudici hanno escluso l'aggravante di aver commesso il fatto con le modalità mafiose. In primo grado il gup Alcide Maritati aveva derubricato i reati di estorsione e tentata estorsione in esercizio abusivo delle proprie ragioni. Confermata l’assoluzione, per non aver commesso il fatto, per Roberto Longo, 48 anni. I quattro furono arrestati dai carabinieri della compagnia di Gallipoli su ordinanza di custodia cautelare.

Tutto nacque da una denuncia di un commerciante del settore agroalimentare. E' nella querela stessa che emerge il quadro in cui s'insinua la presunta estorsione. La crisi economica, una scure che si abbatte sul settore. A inizio del 2009, la decisione, sicuramente medita e mai facile, di cedere le armi. Ovvero, vendere la propria società ad altri imprenditori dello stesso settore. Nel contratto stipulato sarebbe stato previsto il trasferimento, in capo ai nuovi proprietari, sia dei debiti, sia dei crediti maturati nel tempo. Ma nonostante la vendita fosse ormai andata in porto, con la clausola che l'avrebbe sollevato da qualsiasi obbligo, l'imprenditore sarebbe comunque stato avvicinato da Alligri, rappresentante di una società brindisina, creditrice e grossista della precedente azienda agroalimentare, per invitarlo ad estinguere comunque il debito contratto.

Secondo quanto denunciato, Alligri avrebbe fatto cenno a ragioni d'incolumità personale; ovvero, la società brindisina, secondo lui, sarebbe stata gestita da persone poco raccomandabili e ritenute vicine ad ambienti di criminalità organizzata locale. Meglio pagare, insomma, quei 18mila euro e mettere una pietra su tutto. L'imprenditore si sarebbe però inizialmente rifiutato, portando Alligri a reiterare più volte le richieste. Fino a quando la presunta vittima non avrebbe ceduto, sottoscrivendo svariati effetti cambiali con scadenza mensili, da 300 euro ciascuno. Pagati, però, solo i primi due e non potendo più versare a causa di nuove difficoltà economiche, l'imprenditore avrebbe posto un definitivo diniego ai versamenti.

E, a quel punto, sarebbe entrato in ballo un nuovo personaggio. Non più Alligri, ma Antonio Duma. Il quale avrebbe informato la vittima di essere stato incaricato dalla ditta brindisina per la riscossione del debito residuo. Ma anche in questo caso, l'imprenditore non si sarebbe piegato. Niente soldi a disposizione, niente versamenti. Poiché le pressioni di Duma non avrebbero avuto gli esiti sperati, si sarebbe a quel punto fatto avanti, un nuovo incaricato. Ed ecco comparire Roberto Longo. Ma il tempo sarebbe trascorso senza riscontri, fino a muovere Alligri a ritornare sulla scena, per proporre all'imprenditore un incontro diretto e risolutore della faccenda. Incontro che sarebbe avvenuto, ma alla presenza anche di Duma.

Il processo ha però rivelato una realtà diversa da quella contestata dalla Procura. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Michele e Giuseppe Bonsegna, Luigi e Arcangelo Corvaglia, Elvia Belmonte, Mario Ciardo e Tommaso Valente.

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