“Ivan, nessun suicidio. E’ stato ucciso”. Nuovi elementi per riaprire il caso del dj

Nell’ambito del festival del giornalismo Figilo i legali, familiari e consulenti hanno documentato anomalie e incongruenze delle indagini dopo l’archiviazione sulla morte di Ivan Ciullo. Perizie e nuovi misteri. L’avvocato Biscotti: “Ci sono le orme del colpevole”

l'incontro sul caso di Ivan Ciullo

GALLIPOLI – E’ entrato a far parte, fragorosamente, dei cosiddetti “cold case” del Salento. Un delitto irrisolto quello di Ivan Ciullo, perché di omicidio si tratta. O almeno questo è quanto proverebbero i dettagliati elementi raccolti, con dedizione e minuziose perizie, dai legali e dai consulenti della famiglia del giovane dj salentino trovato impiccato la mattina del 22 giugno 2015 ad ramo di un ulivo nelle campagne di Acquarica del Capo, in contrada Le Calie, nei meandri agricoli alla periferia del paese e non lontano dalla provinciale per Taurisano. Ivan Ciullo, in arte “Navi”, potrebbe essere stato ucciso. Un condizionale che si trasforma in certezza, con dovizia di particolari (già presentati e reiterati all’attenzione della procura), per la mamma dell’allora 34enne dj di Radio Salentuosi, Rita Bortone, e il padre putativo Sergio Martella, supportati dal collegio difensivo e dai periti di parte. Tra tanti dubbi e tanti misteri che ancora oggi, a tre anni e mezzo dal tragico epilogo della vita spezzata di Ivan Ciullo, rimangono ancora irrisolti. E arrovellano le menti e gli animi di chi, tra parenti e conoscenti del giovane cantautore e dj radiofonico, cerca con insistenza la luce  e la verità e di sapere cosa sia “realmente successo” in quelle ore cruciali che hanno preceduto il ritrovamento del corpo di Ivan con un cavo microfonico intorno al collo e adagiato penzolante, ma in maniera anomala, ai piedi di un albero.       

Il giallo e i nuovi elementi sulla morte di Ivan Ciullo sono stati rivissuti e rielaborati  in un incontro molto composto ed emozionante, moderato da Daniela Casciaro, aperto ai giornalisti e agli addetti ai lavori, nell’ambito del festival del giornalismo locale che si svolge in questi giorni presso il Bellavista hotel di Gallipoli. Un appuntamento di riflessione e informazione, che ha visto presenti e commossi i genitori del giovane, Rita Bortone e Sergio Martella, e al quale hanno preso parte i legali della famiglia, Paolo Maci e Valter Biscotti, il consulente scientifico e criminologo, Roberto Lazzari con il dirigente di medicina legale Asl Toscana Sud est e perito di parte civile, Giuseppe Panichi. Sono stati questi ultimi, professionisti “scovati” dai due infaticabili genitori di Ivan, a riproporre gli elementi nuovi ed a sottolineare le incongruenze di un’indagine che ha, a loro dire, con molta semplicità e approssimazione, derubricato da subito la morte di Ivan Ciullo, come un caso di “semplice” suicidio, soprassedendo sulla necessità di effettuare una autopsia completa sul corpo del ragazzo (dopo il suo trasporto nella camera mortuaria del Vito Fazzi di Lecce), e senza disporre nemmeno i rituali esami tossicologici. Ad incanalare, da subito, la pista del suicidio sarebbe stato anche il ritrovamento di una lettera indirizzata ai genitori, trovata accanto al corpo, scritta al computer, in cui Ivan avrebbe spiegato i motivi del gesto. Sull’intestazione, scritta a mano sulla busta, la dicitura “X mamma e Sergio”. Ma anche in questo caso non sarebbe mai stata fatta una perizia calligrafica per confermare l’autenticità.

Mamma Rita: “Perché ci negano un’autopsia?”

Ancora oggi mamma Rita si domanda “il perché di tanto accanimento contro una famiglia che cerca solo la luce e la verità sulla morte del proprio figlio ed il motivo occulto del perché non si procede, anche sulla base dei nuovi elementi avanzati, ad una riesumazione del corpo e ad effettuare un’autopsia che si sarebbe dovuta, quanto meno per scrupolo professionale, fare ed eseguire subito. Perché ci viene negata?”. Non da meno il lucido rammarico palesato da Sergio Martella, che quel figlio “che mordeva la vita e che non aveva nessuna ragione per togliersi la vita”, come hanno raccontato anche gli amici più stretti e i colleghi di lavoro, lo ha cresciuto e che non riesce a capacitarsi di come quel medico legale, che ha compiuto solo un esame esterno del corpo, non abbia ravvisato l’esigenza di  “segnalare” al pubblico ministero la necessità di procedere ad una autopsia. Quesiti e interrogativi che si rincorrono. Che fanno alimentare i dubbi. E che fanno sussultare anche il legale Valter Biscotti che si è messo a disposizione della famiglia fiutando da subito che sul caso di “Ivan Ciullo c’è qualcosa che non torna. Quello che è certo” ha asserito legale, “è che il ragazzo come evidenziano le consulenze e perizie di parte non si è suicidato, ma è stato ucciso”. L'esito della consulenza compiuta dal criminologo forense Roberto Lazzari, su incarico dei genitori della vittima, e approfondita con i rilievi del perito Giuseppe Panichi, avallano ancora una volta la tesi di mamma Rita e papà Sergio. “Ivan non può aver fatto tutto da solo, c’è una seconda persona sul luogo dove è stato ritrovato il corpo”. Consulenza che è alla base anche della richiesta di riapertura delle indagini presentata in procura dai legali della famiglia anche a seguito dell’archiviazione del caso, disposta dal gip Vincenzo Brancato nell’ottobre scorso, e per la seconda volta, dopo una prima opposizione dei genitori accolta nel febbraio del 2017. Nell’inchiesta, coordinata dal pm Carmen Ruggero, e poi archiviata era stato indagato anche un amico di Ivan Navi, un uomo di 65 anni, accusato di istigazione al suicidio.      

I periti: “Impiccato? Strangolato e poi simulato suicidio”

Le conclusioni a cui sono giunti criminologo e perito di parte civile, dimostrerebbero che “Ivan non si sarebbe impiccato, ma sarebbe stato strangolato, forse in macchina e poi trasportato in campagna dove qualcuno avrebbe simulato il suicidio”. L'indagine scientifica, illustrata nel corso dell’incontro, è stata fattivamente eseguita mediante sopralluoghi, prove tensiometriche sul cavo microfonico, analisi dei dati fotografici, dei fascicoli d'indagine, di analisi di laboratorio e diagnostica autoptica, e ha messo in evidenza una serie di incongruenze nonché "di lacune investigative e negligenze operative". Dal mancato esame autoptico e tossicologico, alle incongruenze sull’orario della morte (non le 18,20 del pomeriggio precedente come ipotizzato gli inquirenti) che potrebbe rimettere in gioco tutti gli alibi, le testimonianze e le ricostruzioni finora prese in considerazione e alla base dell’archiviazione del caso e del responso sulla morte per suicidio. E ancora, la distruzione dei vestiti e il mancato esame delle tracce biologiche rinvenute sul corpo del dj e anche la posizione del corpo avrebbe dovuto destare sospetti. Ivan è stato rinvenuto con le gambe genuflesse e non penzolanti. Tale posizione è stata giustificata dagli inquirenti con il cedimento del “cavo elettrico”. Ma non si trattava di un cavo elettrico, bensì di un cavo microfonico che non cede o, se lo fa, si logora esternamente, ma le foto testimoniano che il cavo era integro.

Troppe anomalie, forse usato un laccio 

Sono state altresì prese in esame le ecchimosi e i “solchi” presenti sul corpo. In particolare, quella alla base del collo che dalla illustrazione della perizia non potrebbe essere stata prodotta dal cavo microfonico poiché presenta uno spessore nettamente inferiore, compatibile invece con un laccio più piccolo, avvolgente in senso orizzontale. Tale circostanza avvalora l’ipotesi che il dj sia stato prima strangolato e poi issato al ramo, a gomito, dell’ulivo. Dalle analisi delle foto Lazzari ha evidenziato anche la presenza di terriccio sui pantaloni, in corrispondenza delle caviglie, e di contro segnalato l’anomala assenza di terriccio sulle calzature indossate da Ivan. Peraltro vengono evidenziate, sul terreno in prossimità del cadavere, delle impronte di scarpe “a carro armato” diverse da quelle lasciate dai calzari indossati da Ivan. E poi  lo sgabello trovato accanto al corpo: malgrado le quattro gambe metalliche si adagino su un terreno soffice, solo una di esse affonda nella terra. Nessuno pertanto sarebbe salito su quello sgabello, anche in considerazione del fatto che non vi sono impronte di scarpe. E infine il giallo anche del mazzo di chiavi misteriosamente scomparse da una delle tasche di Ivan, dopo il trasporto in obitorio (dove il medico legale ha trovato invece il cellulare non repertato o sequestrato preventivamente), ma che invece figuravano nei rilievi fotografici effettuati sul luogo del ritrovamento.  

I legali: “Impronte di un'altra persona sul luogo”

“C’è la rabbia di non riuscire a capire il perché dell’indifferenza intorno a questo caso, forse perché c’era la necessita di proteggere qualcuno o perché c’è qualcosa sotto di indicibile” hanno riferito in conclusione i legali Paolo Maci e Valter Biscotti, “ma ora con la precisione e le dettagliate relazioni di questi valenti professionisti la procura e il nuovo pm hanno in mano la possibilità di recuperare il tempo perso e di porre rimedio alle incongruenze e alle non indagini portate avanti e che hanno indotto all’archiviazione. Questi coraggiosi genitori hanno bisogno della verità” ha chiosato ancora l’avvocato Biscotti, “anche perché qui non siamo in presenza di un suicidio o di una incriminazione per istigazione al suicidio. Questo è un evidente omicidio, la presenza di impronte e orme diverse sul luogo del ritrovamento del corpo, dimostrata dalla nuova perizia, conferma che c’era un’altra persona. Se si compromettono le indagini, non si segnala l’autopsia da fare, questi sono fatti anomali e sintomatici che forse alla base c’è qualcos’altro. Noi riteniamo e abbiamo fiducia” hanno concluso i legali, “che la nostra istanza potrà essere penetrante e risolutiva e portare alla individuazione anche del colpevole. E infine c’è da dire anche che se c’è qualcuno che sa, o ha visto qualcosa, è arrivato il momento che parli”.

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