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Il processo di primo grado.

Il processo di primo grado.

Nuovo rinvio nel processo per la morte di Lisa. Genitori chiedono giustizia

Lisa Picozzi è scomparsa nel 2010, precipitando dal tetto della Selcom a Tricase, dov'era al lavoro. Ma la vicenda è ferma al giudizio di primo grado, del novembre 2014. L'appello è slittato a dicembre

LECCE – Ci sono due genitori che hanno perso una figlia e che da anni attendono giustizia. Un desiderio che deve fare i conti con la lentezza del sistema giudiziario. Oggi, infatti, c’è stato un nuovo rinvio del processo d’appello per la morte di Lisa Picozzi, l’ingegnere milanese di 31 anni deceduta tragicamente il 29 settembre del 2010, precipitando dal solaio di un capannone industriale di proprietà dell’ex Selcom (società del gruppo Adelchi nella zona industriale di Tricase).

Sono trascorsi ormai otto anni da quella maledetta giornata d’autunno e la vicenda giudiziaria è ferma al giudizio di primo grado, datato novembre 2014 (le motivazioni sono state depositate a marzo del 2015). Il processo di secondo grado doveva aprirsi oggi ma è stato rinviato per un impedimento di uno degli avvocati degli imputati, impegnato in un’altra sede.

Una decisione alquanto controversa che ha provocato la dura reazione dei genitori di Lisa Picozzi, il papà Giuseppe e la mamma Marianna Viscardi, che in questi lunghi anni non hanno mai dimenticato la figlia nemmeno per un istante e si sono battuti perché la sua morte non fosse archiviata come uno dei tanti incidenti sul lavoro che da sempre insanguinano le nostre terre. Entrambi sono parte civile nel processo con l’avvocato Massimo Bellini, che in questi anni si è prodigato per rendere giustizia alla morte dell’ingegnere. Tra le parte civili anche il Cobas con l’avvocato Carlo Barone.

“Niente e nessuno mi ridarà la mia Lisa – ha scritto la signora Viscardi –, ma chiedo giustizia per la sua vita spezzata: la sua giovane età la pretende. Il modo tragico e violento in cui se n'è andata lo urla, il suo sangue sul pavimento è un sangue innocente ed è il mio sangue! Nel suo sangue rimasto al suolo c'è quello che l'incuria e la disonestà hanno prodotto nella vita di una giovane donna e nel cuore di chi l'ha amata”.

In primo grado, dopo un percorso lungo e tortuoso (con l’imputazione coatta da parte del gup Ines Casciaro dopo l’opposizione alla richiesta d’archiviazione da parte dell’avvocato Bellini), il giudice monocratico Roberto Tanisi ha condannato per omicidio colposo a due anni Adelchi Sergio, patron dell’omonimo gruppo calzaturiero di Tricase, e un anno (pena sospesa) il figlio, Luca Sergio, legale rappresentante della Selcom (che fa capo al citato gruppo).

Nelle motivazioni il giudice ha scritto a chiare lettere che quell’incidente doveva e poteva essere evitato. Perché la decisone di salire su quel tetto non fu un’iniziativa della vittima, ma un intervento programmato e necessario, “perché da quel sopralluogo avrebbe dovuto acquisire informazioni importanti sulla fattibilità e sulla convenienza dell'opera, del valore – scrive il giudice – di almeno tre milioni di euro”. Gli imputati sono assistiti dagli avvocati Giulio De Simone, Giuseppe Russo e Francesco Paolo Sisto

Una sentenza che ha reso giustizia e sottolineato la grande professionalità della giovane ingegnere: “La verità – si legge nelle motivazioni – è che la Sun System aveva deciso di inviare sul luogo il suo tecnico migliore, l'ingegnere Picozzi (peraltro coadiuvato da un collaboratore)”. Lisa Picozzi ha pagato con la vita la sua grande competenza, giovane donna vittima di una trappola e simbolo della scarsa sicurezza sui luoghi di lavoro. Lisa Picozzi divideva la sua vita tra il lavoro e lo sport. Era capitano del Cs Alba, formazione di pallavolo con Cassano, all’epoca nella B2 femminile.

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