Martedì, 3 Agosto 2021
Cronaca

Omicidio Attanasio, ergastolo confermato per la moglie infermiera

Per la terza volta la parola ergastolo è risuonata in aula. A pronunciarla i giudici della Corte d'assise, che hanno condannato al carcere a vita Lucia Bartolomeo, accusata dell'omicidio del marito. La morte avvenne nel 2006

 

LECCE – Per la terza volta la parola ergastolo è risuonata in aula. A pronunciarla i giudici della Corte d’assise d’appello di Taranto, che hanno condannato al carcere a vita Lucia Bartolomeo, l'infermiera di Taurisano accusata dell’omicidio del marito, Ettore Attanasio, il 36enne deceduto la notte tra il 29 e il 30 maggio 2006. Si tratta del terzo processo celebrato per la morte del 36 enne. Dopo i primi due gradi di giudizio che si erano svolti a Lecce, infatti, lo scorso 15 novembre i giudici della Suprema Corte avevano annullato la sentenza di condanna alla pena dell'ergastolo emessa, il 12 maggio del 2010, dai giudici della Corte d'assise d'appello di Lecce nei confronti della donna.

Secondo la Cassazione, infatti, pur dando per accertato il fatto che l’imputata abbia somministrato la droga al consorte, non era possibile stabilire, oltre ogni ragionevole dubbio, che fosse stata quella dose di eroina a uccidere il 36enne sena escludere che il decesso sia stato in qualche modo causato dalle condizioni di salute dell’uomo. I giudici della Suprema Corte aveva stabilito, inoltre, che il nuovo processo doveva essere celebrato a Taranto.
Oggi, dopo poco più di tre ore di camera consiglio, è arrivata la nuova condanna. I giudici hanno negato all'imputata le attenuanti, in controtendenza con quanto richiesta dall’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore generale Lorenzo Lerario, che aveva invocato una condanna a 24 anni di carcere. La difesa della Bartolomeo, rappresentata dagli avvocati Pasquale Corleto e Silvio Caroli, che hanno discusso oggi in aula, aveva evidenziato come la sola relazione extraconiugale intrapresa dalla 34enne, o il timore di un'eventuale separazione, non fossero argomentazioni valide a sostenere il movente di un omicidio.

L’avvocato Pasquale Corleto, decano dei penalisti salentini, aveva sottolineato come fosse assolutamente necessario scindere la morale dalle accuse nell'ambito del processo. La difesa ha sempre sostenuto come la tesi accusatoria, inoltre, non sarebbe stata supportata da riscontri e prove scientifiche inconfutabili. Nessuna perizia, infatti, sarebbe stata eseguita sulla flebo che l'imputata avrebbe utilizzato per somministrare la dose letale di eroina. Sostanza che, scrivono i legali nelle motivazioni d'appello, Attanasio potrebbe aver assunto da solo. I riscontri tossicologici eseguiti sul cadavere a distanza di mesi, inoltre, non avrebbero chiarito la quantità di eroina presente nel corpo dell'uomo. A carico della Bartolomeo, dunque, vi sarebbero state, per i due legali, prove non sufficienti a provare la colpevolezza della loro assistita al di là di ogni ragionevole dubbio.

lucia bartolomeo-3L'accusa nei confronti della donna è di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dall'aver agito col mezzo di sostanze venefiche e nei confronti del coniuge. Secondo l'ipotesi accusatoria sarebbe stata l'ex infermiera a iniettare volontariamente una dose letale di eroina al marito. Una tesi che sarebbe supportata dalle perizie depositate dai consulenti nominati dai giudici e da alcuni sms che la donna avrebbe inviato al cellulare dell'amante (al quale più volte aveva raccontato, mentendo, che il consorte era malato di cancro). In quei messaggi la 34enne avrebbe dato per imminente la morte del marito, affermando che si trattava di "una questione di ore" poiché era in stato di coma e veniva alimentato con delle flebo.

Secondo l'accusa il movente dell'omicidio è legato proprio alla relazione extra coniugale che la donna aveva intrapreso, e la conseguente paura che una separazione la privasse dell'affidamento della figlia.

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