Omicidio Basile, sette anni di misteri e omertà in un delitto ancora senza colpevoli

Diventa definitiva la sentenza di assoluzione anche per Vittorio Colitti, il secondo imputato nel processo dell'omicidio di Peppino Basile, il consigliere dell’Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. A distanza di sette anni il delitto rimane ancora senza colpevoli

UGENTO – Ci sono vicende destinate a segnare per sempre la storia di una comunità, a raccontarne difetti e debolezze, paure e omertà. Quella dell’omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere dell’Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008, è divenuta prima un’inchiesta e poi un processo che, come spesso accade, ha proiettato sul palcoscenico di un’aula di Tribunale, la storia, i vizi e le virtù di un’intera collettività.

Sono trascorsi ormai sette anni da quella notte d’inizio estate, era da poco passata l’una, in cui Peppino Basile fu massacrato con oltre venti coltellate. Da allora la macchina investigativa e quella della giustizia hanno lavorato incessantemente alla ricerca di una verità che dopo oltre duemila giorni da quel brutale omicidio è ancora lontana. Piste alternative, criminalità, vendette, rancori, tradimenti e sospetti hanno tinto ancor più di giallo un delitto misterioso. Non sono bastati tre processi, tutti conclusi con un verdetto di assoluzione, a fare luce sul delitto. Un’intera famiglia è stata travolta da una vicenda giudiziaria in cui, lo dicono sentenze ormai definitive, non avevano colpe.

Vittorio Luigi Colitti, il ragazzo accusato, in concorso con il nonno, dell’omicidio, è stato assolto in via definitiva. Quel ragazzone dalla faccia buona, travolto da una storia sembrata molto più grande di lui, ha subito il lungo calvario di due processi e undici lunghissimi mesi di detenzione prima di vedere riconosciuta la propria innocenza, grazie agli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray (saranno i giudici ora a stabilire l’eventuale risarcimento). La sentenza di assoluzione per il nonno, assolto in primo grado in un processo pieno di dubbi e poche certezze, è diventa definitiva. Rimangono molti lati oscuri attorno alla ricostruzione fatta dall’accusa. Innanzitutto sul movente, quello dei contrasti vicini, apparso subito fragile e che non ha mai avuto riscontri. Così come la ricostruzione dell’omicidio e il ruolo dei presunti assassini, che continuano ad apparire piuttosto complessi. Labile e poco credibile anche la figura della presunta baby testimone del delitto, già smentita dai giudici. Al di là di ogni sentenza e ogni verdetto, restano le verità nascoste di chi ha visto e ha taciuto, di chi pur sapendo non ha parlato, di chi ancora considera la legge come una rete fastidiosa in cui è troppo facile  e scomodo rimanere impigliati.

L’omicidio Basile ricalca alla perfezione il più classico dei copioni di quella provincia addormentata, dove il delitto sembra la più semplice delle cose. Quelle coltellate e quel sangue rimangono, però, una ferita aperta nella voglia di giustizia e verità di tanta altra gente che non vuole dimenticare.

La morte di Peppino Basile, il muratore divenuto politico, metà Masaniello e metà Don Chisciotte, uomo dalle mille battaglie, osteggiato e spesso deriso, è sembrata quasi un peso fastidioso per la comunità ugentina e non solo. Quello sull’omicidio di Peppino Basile è diventato, udienza dopo udienza, molto più di un processo. Un viaggio attraverso il substrato sociale di un Sud profondo e pieno di contraddizioni, in cui la verità sembra cambiar forma in ogni istante. Un viaggio alla scoperta della vita di un piccolo paese del basso Salento, pieno di silenzi e verità sospese a metà. Non sono bastati due processi, centinaia di ore di dibattimento e decine di testimonianze per squarciare il velo di silenzi e omertà che da subito è calato sull’omicidio. Un processo che si è trasformato nel viaggio a ritroso dentro il ventre di un Salento arcaico e di una terra che Sciascia avrebbe descritto proprio come la sua Sicilia.

Quelle sulla morte di Basile, comunque, sono state indagini difficili e piene di ostacoli, che hanno cercato a fatica di squarciare il velo di ostilità e reticenze. Perché quella tra il 14 e il 15 giugno 2008 è una calda notte di giugno, afosa (proprio come quella appena trascorsa), in cui nessuno sente le urla disperate della vittima (letteralmente squartato), il cui corpo giace in mezzo alla strada, ben illuminato da un lampione. Una notte tragica in cui nessuno, però, sembra aver visto nulla. È questa una delle peculiarità di questa vicenda, avvolta da una fitta cortina di omertà e silenzi, che nemmeno gli inquirenti sono riusciti a diradare.

“Ci troviamo dinanzi a un’omertà senza precedenti – ha detto il pubblico ministero Simona Filoni nel processo di primo grado a Colitti junior –, in un luogo dove tutti sanno e nessuno parla, pensando che forse è giusto così. In questo modo è come se Peppino fosse stato ucciso due volte: la prima dai suoi assassini, la seconda dai suoi concittadini”. Quelle coltellate e quel sangue rimangono, però, una ferita aperta nella voglia di giustizia e verità di tanta altra gente che non vuole dimenticare. Già, perché come ha scritto Voltaire: “Ai vivi dobbiamo rispetto, ai morti solo la verità”.

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Rimane il terribile sospetto che gli assassini di Basile siano liberi e impuniti e che quello del politico amato dalla gente comune sia stato un delitto molto più complesso di quello che si è immaginato. Peppino, forse, ha pagato a caro prezzo le sue battaglie e la voglia di non fare mai un passo indietro.

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