Cronaca

Omicidio Basile, l'accusa invoca l'ergastolo per il vicino di casa

Il pubblico ministero Massimiliano Carducci ha chiesto il carcere a vita nel processo sull'omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Processo che vede imputato Vittorio Colitti senior

L'abitazione dell'omicidio.

LECCE – La parola ergastolo è risuonata come una deflagrazione nell'aula della Corte d'assise d'appello di Lecce, nel silenzio assordante di giudici popolari e familiari dell’imputato. Il pubblico ministero Massimiliano Carducci ha chiesto il carcere a vita nel processo sull'omicidio di Giuseppe Basile, il consigliere dell'Italia dei Valori assassinato a Ugento la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Processo che vede imputato Vittorio Colitti senior. Un omicidio volontario secondo l’accusa, con l’aggravante dell’efferatezza e dei futili motivi.

Nella sua lunga requisitoria il pubblico ministero ha ripercorso le indagini e la storia di un delitto complesso, un omicidio d’impeto secondo l’accusa, giunto al culmine di contrasti tra vicini e di una lite sfociata in una ferocia disumana (furono ben 24 le coltellate inferte sul copro della vittima). Secondo l’accusa sono attendibili le dichiarazioni della presunta baby testimone del delitto che, dalla finestra della casa dei nonni materni, di fronte al luogo del delitto, racconta di aver assistito all'omicidio, riconoscendo poi i Colitti come gli autori dell'aggressione. Due tasselli, in realtà, già smontati dai giudici del Tribunale per i minorenni nel processo di primo grado nei confronti di Vittorio Luigi Colitti (nipote e presunto complice dell’imputato, assolto con sentenza definitiva il 28 maggio 2013).

Nelle oltre centotrenta pagine di sentenza i giudici (presidente Aristodemo Ingusci, estensore Lucia Rabboni) avevano evidenziato come “non vi sia un solo riferimento a una diretta responsabilità di nonno e nipote nell'azione omicidiaria”. Riguardo alla baby testimone (sulla cui valutazione della prova testimoniale si erano soffermati per ben cinquanta pagine) i giudici avevano sottolineato la mancanza di “quel connotato di attendibilità necessario per un’affermazione di penale responsabilità”. Questo, però, è un altro processo, in cui l’accusa ha confutato anche ogni possibile pista alternativa. Il processo è stato aggiornato al prossimo 17 marzo per la discussione della difesa, mentre la sentenza è prevista per il 31 marzo.

Al di là di ogni sentenza e ogni verdetto, restano le verità nascoste di chi ha visto e ha taciuto, di chi pur sapendo non ha parlato, come ha sottolineato la parte civile rappresentata dall’avvocato Francesco D’Agata. E’ sembrato che per molti la legge sia come una rete fastidiosa in cui è troppo facile e scomodo rimanere impigliati. L’omicidio Basile ricalca alla perfezione il più classico dei copioni di quella provincia addormentata, dove il delitto sembra la più semplice delle cose. Quelle coltellate e quel sangue rimangono, però, una ferita aperta nella voglia di giustizia e verità di tanta altra gente che non vuole dimenticare.Giuseppe Basile.-2-3

Quella dell’omicidio di Giuseppe Basile, infatti, è divenuta prima un’inchiesta e poi un processo che, come spesso accade, ha proiettato sul palcoscenico di un’aula di Tribunale, la storia, i vizi e le virtù di un’intera collettività. La morte di Peppino Basile, il muratore divenuto politico, metà Masaniello e metà Don Chisciotte, uomo dalle mille battaglie, osteggiato e spesso deriso, è sembrata quasi un peso fastidioso per la comunità ugentina e non solo. Quello sull’omicidio di Peppino Basile è diventato, udienza dopo udienza, molto più di un processo.

colitti-3Un viaggio attraverso il substrato sociale di un Sud profondo e pieno di contraddizioni, in cui la verità sembra cambiar forma in ogni istante. Un viaggio alla scoperta della vita di un piccolo paese del basso Salento, pieno di silenzi e verità sospese a metà. Non sono bastati due processi, centinaia di ore di dibattimento e decine di testimonianze per squarciare il velo di silenzi e omertà che da subito è calato sull’omicidio. Un processo che si è trasformato nel viaggio a ritroso dentro il ventre di un Salento arcaico e di una terra che Sciascia avrebbe descritto proprio come la sua Sicilia. Un delitto ancora senza colpevoli, molto più complesso di quello che si è immaginato. Peppino, forse, ha pagato a caro prezzo le sue battaglie e la voglia di non fare mai un passo indietro. Già, perché come ha scritto Voltaire: “Ai vivi dobbiamo rispetto, ai morti solo la verità”.

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