Martedì, 3 Agosto 2021
Cronaca

Omicidio Cera, trasferita in carcere la moglie. Dovrà scontare una condanna a 27 anni

A distanza di quasi dieci anni (era il 15 giugno del 2004), si aprono le porte del carcere per Enza Basile, condannata in via definitiva a 27 anni per l'omicidio del marito, Luigi Cera, con un solo colpo sparato alla tempia a bruciapelo, in un tragico pomeriggio d'inizio estate

LECCE – A distanza di quasi dieci anni (era il 15 giugno del 2004), si aprono le porte del carcere per Enza Basile, condannata in via definitiva a 27 anni per l’omicidio del marito, Luigi Cera, con un solo colpo sparato alla tempia a bruciapelo, in un tragico pomeriggio d’inizio estate. Oggi pomeriggio gli agenti del commissariato di Taurisano hanno eseguito un ordine di carcerazione emesso dalla Procura della Repubblica, nei confronti della 54enne originaria di Ugento.

Nei giorni scorsi i giudici della Corte di Cassazione, hanno confermato la condanna a 27 anni di reclusione già inflitta in primo  e secondo grado alla Basile. La sentenza è stata pronunciata al termine di alcune ore di camera consiglio, giunta dopo le discussioni dell’avvocato difensore della donna, e del legale di parte civile, l’avvocato Roberto Bray, che rappresenta il figlio e il fratello della vittima. Nella precedente udienza il procuratore generale della Cassazione aveva chiesto il rigetto dell’appello della difesa dell’imputata. Una richiesta cui si era associata quella dell’avvocato Bray. Alla parte civile è stato riconosciuto un risarcimento pari a un milione di euro. Per la donna a breve si apriranno dunque le porte del carcere.

Nel corso delle indagini, coordinate dal sostituto procuratore Stefania Mininni, e dei processi è stato evidenziato come, in base a elementi indiziari gravi, precisi e concordanti basati su dati certi, non solo non fu un suicidio, ma soprattutto che solo Enza Basile avrebbe potuto uccidere il marito. L’imputata ha sempre sostenuto che era intenta a preparare il caffè, al piano inferiore dell’appartamento in cui la coppia abitava, nel momento in cui fu esploso il colpo di pistola e di non aver udito l’esplosione. La Basile inspiegabilmente, dopo aver cercato di soccorrere il marito, avrebbe chiesto aiuto dicendo che Cera era caduto dalle scale. I sanitari del 118 si accorsero immediatamente che l’uomo presentava una ferita d’arma da fuoco, notando che la pistola si trovava in una posizione incompatibile con un suicidio. In quei frangenti, prima dell’arrivo dei carabinieri, la 50enne di Taurisano eseguì poi tutta una serie di “attività insolite che alterarono lo stato dei luoghi e la scena del delitto”. L’arma del delitto, una pistola calibro 22, svanì nel nulla e fu riposta in cassaforte dalla stessa Basile, che affermò però di non ricordare la combinazione. Fu necessario quindi sradicarla letteralmente dal muro e aprirla per mezzo di un flessibile.

Quella del suicidio, del resto, è un ipotesi che solo l’imputata ha sostenuto, spiegando che il marito, su cui pendeva un’ordinanza di carcerazione per aver abbandonato la comunità di recupero in cui era stato ricoverato, “avrebbe preferito uccidersi piuttosto che tornare in prigione”. Eppure tutti hanno descritto Cera come una persona tranquilla e serena in quei giorni, che solo due settimane prima aveva partecipato al matrimonio di uno dei figli e che da poco aveva saputo di aver finalmente ottenuto una piccola pensione d’invalidità (comprensiva di oltre novemila euro di arretrati) chiesta nel lontano 1988. Soldi che avrebbero acceso la bramosia della moglie, una donna con problemi di tossicodipendenza e abituata a vivere sulla soglia dell’indigenza. A rendere poco plausibile l’ipotesi del suicidio sono anche le prove scientifiche: sul corpo della vittima, infatti, il medico legale rinvenne un’impronta “a stampo” della canna della pistola, che dimostrerebbe come la stessa fosse premuta contro la tempia in posizione perpendicolare alla testa. Un dato difficile da riscontrare in un caso di suicidio. 

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