Rivalità in amore sfociata in omicidio, pena scontata di cinque anni

Avvenne a Collemento: Diego Alfieri, barista, ha sempre detto di essersi difeso da Giampiero Murinu, che chiese un chiarimento. Assolta la moglie Katia Valiani

LECCE – Ridotta a 11 anni e otto mesi la condanna in appello per Diego Alfieri, il barista 37enne accusato dell’omicidio di Giampiero Murinu, l’agricoltore di 39 anni ucciso il 2 giugno del 2012 nelle campagne tra Galatina e Collemeto.

In primo grado Alfieri (giudicato con il rito abbreviato) era stato condannato a 17 anni per omicidio aggravato dai futili motivi e dalla detenzione illegale di arma da fuoco.

Oggi, dopo l’arringa del difensore di Alfieri, l’avvocato Giuseppe Bonsegna, che in un’ora e mezza ha ripercorso sotto il profilo cronologico e giuridico l’intera vicenda, i giudici della Corte d'assise d'appello hanno assolto l’imputato dall’aggravante dei futili motivi, confermando le attenuanti generiche (anche in virtù dell’atteggiamento pienamente collaborativo dimostrato dal 37enne), condannandolo al minimo della pena. L’accusa aveva chiesto la conferma della condanna. La difesa, che ha sempre evidenziato come Alfieri abbia agito per legittima difesa, attenderà ora il deposito delle motivazioni, previsto tra novanta giorni, e poi valuterà un eventuale ricorso in Cassazione.

Assoluzione, invece, per la moglie della vittima, Katia Valiani, per cui il reato ipotizzato è di detenzione illecita, porto e cessione di arma da fuoco. La donna, assistita dall’avvocato Giuseppe Cipressa, era stata condannata in abbreviato a 4 anni e otto mesi. Le parte civili, i famigliari della vittima, sono assistiti dagli avvocati Donato Mellone, Donato Sabetta e Tommaso Mandoi.

Come nel più classico dei drammi di Garcia Lorca, la tragedia si consumò alle cinque della sera, sotto un sole feroce e abbacinante, in cui le umane passioni si trasformano in disgrazia. Secondo la ricostruzione dei fatti fornita dallo stesso Alfieri agli inquirenti, la vittima già nel corso della mattinata, accecato dalla gelosia per la relazione che la moglie aveva intrapreso con lui, aveva chiesto un incontro chiarificatore, fissandolo per il pomeriggio.

foto ALFIERI Diego-2-2-2La coppia, dunque, sarebbe passata a prendere il 31enne dal bar dove lavorava, a Galatina. Il 37enne, preoccupato, ha portato con sé la pistola che la stessa donna gli aveva consegnato alcuni giorni prima (da qui l’accusa contestata), sottraendola da quelle del marito: “Ha un arsenale” gli avrebbe detto, “stai attento”. Murinu avrebbe quindi condotto i due in campagna, nei pressi della propria abitazione. Lì, dopo aver bloccato la chiusura delle portiere della sua autovettura, una Lancia Phedra, si sarebbe chinato per raccogliere un’arma nascosta sotto il sedile del passeggero, dove si trovava la compagna.

Alfieri, seduto sul lato destro della parte posteriore dell’autovettura, temendo per la propria incolumità, avrebbe estratto la pistola ed esploso almeno due colpi: il primo avrebbe colpito la vittima all’omero, il secondo tra la scapola e la nuca. Poi, sarebbe fuggito dal finestrino. Nessuna delle due armi, però, è stata rinvenuta dalla polizia o dai carabinieri.

Secondo l’ipotesi accusatoria il 31enne avrebbe ricevuto dunque la pistola (una calibro 7,65, come stabilito dai proiettili estratti dal corpo della vittima un sede di esame autoptico) dalla compagna di Murinu solo per difesa, visti i propositi del marito. Non vi sarebbe stato alcun intento omicida da parte della donna. Lo stesso Alfieri, del resto, ha ribadito più volte, nel corso dei numerosi interrogatori cui è stato sottoposto, di aver agito per difesa, temendo per la propria incolumità. Una tesi che ha avuto un aspetto rilevante in sede di giudizio.

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