Omicidio Corigliano, assoluzione in appello per Gianni De Tommasi

Non fu l'ex boss di Campi salentina il mandante dell'omicidio di Giovanni Corigliano, avvenuto il 5 novembre del lontano 1989

LECCE – E’ un delitto che riaffiora dagli abissi del tempo, capitolo di un romanzo criminale che ha insanguinato le strade del Salento. Quello di Giovanni Corigliano, di Veglie, assassinato all'età di 26 anni il 5 novembre del lontano 1989, è un omicidio che a distanza di oltre un quarto di secolo non hanno ancora visto la parola fine negli aule di giustizia.

I giudici della Corte d’assise d’appello di Lecce hanno ribaltato la sentenza di primo grado per l’omicidio di Giovanni Corigliano, assolvendo Gianni di De Tommasi, nome storico della Scu e “capo bastone” di Campi Salentina. In primo grado De Tommasi, assistito dall’avvocato Ladislao Massari, era stato condannato all’ergastolo. Il procuratore generale, Antonio Maruccia, aveva chiesto la conferma della condanna.

Quello di Corigliano è un delitto “svelato” grazie soprattutto alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Dario Toma, ex braccio destro di De Tommasi. I due furono arrestati per la prima volta nel dicembre del 1989, in una villa alla periferia di Gallipoli. Nel 2001, pochi mesi dopo l’ultimo arresto, Toma scelse di collaborare, fino a firmare una lunga serie di deposizioni dinanzi al pubblico ministero Giuseppe Capoccia.

Corigliano avrebbe pagato con la vita la “colpa” di essersi avvicinato troppo al clan Tornese, e dopo essere stato condotto in una zona periferica tra Salice Salentino e Campi cadde in un’imboscata. Toma raccontò di aver estratto una pistola, una calibro 38, e di aver sparato il colpo di grazia alla testa. Fu lo stesso Toma a condurre, nel settembre del 2001, gli inquirenti sul presunto luogo dove oltre dieci anni prima sarebbe stato seppellito Corigliano. Un viaggio inutile però, le spoglie dell’uomo non sono mai state ritrovate.

Oltre a quelle di Toma l’impianto accusatorio si basava sulle dichiarazioni di altri due “pentiti”: Cosimo Cirfeta e Maurizio Cagnazzo, entrambi deceduti. Dichiarazioni incongruenti e inconciliabili per l’avvocato Ladislao Massari, che ha evidenziato come non vi siano collegamenti e prove inconfutabili che indichino in De Tommasi il mandante dell’omicidio. Lo stesso movente dell’omicidio appare fumoso e poco chiaro. Per lo stesso delitto sono già stati condannati i fratelli Antonio e Cosimo D'Agostino, di Veglie. A marzo scorso, invece, è stato assolto in apelleo il 60enne Antonio Pulli, assistito dall’avvocato Andrea Starace. Nel giudizio con rito abbreviato il gup Simona Panzera aveva condannato l’imputato a 30 anni di reclusione. Anche in questo caso le dichiarazioni dei collaboratori si sono rivelate contradditorie.

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L’omicidio Corigliano rientra nella cosiddetta operazione “Maciste”, coordinata dal sostituto procuratore della Dda di Lecce Guglielmo Cataldi, e incentrata sui principali capi storici della frangia leccese della Sacra Corona Unita e su gli omicidi scaturiti nella lotta per l’egemonia criminale nella faida tra i clan di Lecce-Campi e Surbo. Si tratta della prima fase dell’epopea della Scu salentina, quella dell’affermazione sul territorio con l’eliminazione dei rivali. Negli anni successivi i clan avrebbero iniziato una lotta sanguinosa per il controllo della provincia e dei traffici illeciti, lastricando di sangue e di morte le strade del Salento. Sullo sfondo la lotta per il traffico degli stupefacenti, vendette, spaccature all'interno delle organizzazioni e il passaggio a quelle “nemiche”.

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