Omicidio D’Amico: mancano gli esperti dalla Svizzera, processo rinviato

Maurizio D'Amico, 41enne originario di Copertino, fu assassinato nella notte tra il 16 e il 17 settembre 2001 ad Adliswill

LECCE – Dimenticatevi, almeno per una volta, dell’efficienza e della precisione svizzera. Oggi, nel processo per l’omicidio di Maurizio D’Amico, 41enne originario di Copertino assassinato nella notte tra il 16 e il 17 settembre 2001 ad Adliswill (nei pressi di Zurigo), dovevano essere sentiti gli esperi di medicina legale e biologia forense provenienti dalla svizzera, ma di loro non c’è stata alcuna traccia. In realtà l’assenza dovrebbe essere legata a un difetto di notifica, fatto sta che il processo è stato rinviato al 19 maggio.

Quello del 41enne sembrava un delitto irrisolto. Un “cold case”, una di quelle vicende destinate a essere sepolte tra i casi insoluti, nei faldoni di un archivio e depositata negli annali della cronaca nera come un giallo in attesa di un raggio di luce. Poi, la svolta che ha portato a incriminare Rocco Pierri, 42enne originario di Casarano ma residente a Miggiano, accusato di aver strangolato D’Amico. Il 38enne fu arrestato il giorno di Natale del 2012 nel corso di un controllo degli agenti di polizia del commissariato di Taurisano, coordinati dal vice questore aggiunto Salvatore Federico. Viaggiava in auto sulla Taurisano-Miggiano, con la compagna. Su di lui, però, pendeva un mandato di cattura internazionale.

Secondo la magistratura elvetica sarebbe stato lui a uccidere Maurizio D’Amico. Una tesi che ha trovato conferma anche nelle indagini condotte dalla Procura del capoluogo salentino (che ha ereditato il fascicolo in quanto delitto commesso da cittadino italiano ai danni di un connazionale), che ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio.

L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Francesca Miglietta, ha evidenziato una lunga serie di indizi a carico di Pierri. Innanzitutto il Dna dell’imputato rinvenuto sul corpo della vittima. Il 38enne si sarebbe anche impossessato della carta di credito di D’Amico, sottraendola dall’abitazione nelle quale risiedeva. Il presunto assassino avrebbe utilizzato la carta tentando di prelevare la somma di 300 franchi svizzeri presso gli sportelli della banca elvetica. Un tentativo ripreso dalle videocamere di sorveglianza dell’istituto di credito.

Pierri avrebbe ucciso il suo coinquilino strangolandolo con una sciarpa. L’autopsia evidenziò la frattura delle grandi corna dello ioide e delle cartilagini tiroidee (tipiche dello strangolamento). L’imputato avrebbe poi infilato la testa della vittima in una busta di plastica, chiusa con del nastro adesivo.

L’uomo in sede di convalida dell’arresto ammise di conoscere D’amico, respingendo però ogni accusa. Pierri all’epoca dei fatti viveva in Svizzera per lavoro, e aveva trovato in una ditta di costruzioni. Da oltre sette anni era tornato nel Salento. Era già stato arrestato nell’ambito dell’operazione ‘Santa Claus’, perché ritenuto un presunto affiliato del clan Scarcella, ma da tempo aveva chiuso i conti con la giustizia. A Miggiano si era rifatto una vita con la compagna e il figlio di 6 anni. Ora è di nuovo sotto processo, questa volta per omicidio.

Pierri è assistito dall’avvocato Tommaso Stefanizzo, mentre i famigliari della vittima si sono costituiti parte civile con l’avvocato Sebastiano Vetromile.

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