Sabato, 20 Luglio 2024
Cronaca Lequile

Omicidio davanti allo sportello bancomat, diventa definitivo un ergastolo, ma senza isolamento

La Cassazione si è pronunciata sui responsabili della morte di Giovanni Caramuscio, 69enne di Monteroni, avvenuta la sera del 16 luglio del 2021, a Lequile. Da "rivedere", in un nuovo giudizio, le attenuanti generiche per il complice dell'assassino

ROMA/LEQUILE - E’ arrivato il verdetto della Corte di Cassazione per i due uomini accusati della rapina sfociata nell’omicidio di Giovanni Caramuscio, ex direttore di banca 69enne di Monteroni, avvenuta la sera del 16 luglio del 2021, davanti a uno sportello bancomat a Lequile.
Gli “ermellini” hanno confermato l’ergastolo per Paulin Mecaj, 33enne di Lequile, autore materiale del delitto (fu lui a sparare contro il malcapitato), annullando, senza rinvio, l’isolamento diurno per un anno, così come sollecitato nel ricorso presentato dall’avvocato difensore Stefano Prontera.

Quanto al complice, il compaesano Andrea Capone, di 30 anni, invece, la decisione degli “ermellini” lascia presagire una riduzione della pena che anche per lui fu dell’ergastolo, con isolamento diurno. E’ stato infatti disposto un nuovo giudizio dinanzi alla Corte d’Assise d’appello di Taranto limitatamente al riconoscimento delle attenuanti generiche (escluse nei precedenti gradi di giudizio), sulle quali si era basato il ricorso dell’avvocato che lo assiste Raffaele De Carlo.

Nel processo di primo grado, la stessa Procura, rappresentata dal pm Alberto Santacatterina, tenne conto dei ruoli diversi di ciascun imputato, tanto da invocare condanne differenti ergastolo per l’esecutore materiale e 22 anni per Capone, ma la Corte d'Assise non fece distinzioni, infliggendo, il 6 dicembre del 2022, la stessa pena, la più alta possibile, confermata in Appello, il 29 settembre del 2023.

Con la sentenza della Cassazione diventa, infine, il risarcimento del danno in separata sede, parte del quale immediatamente esecutivo, ai familiari della vittima, assistiti dall’avvocato Stefano Pati.

Le indagini

I carabinieri, coordinati dal pubblico ministero Alberto Santacatterina, riuscirono a chiudere il cerchio sui responsabili nel giro di poche ore, soprattutto grazie alla visione dei filmati ripresi dalle telecamere di sorveglianza e al racconto di alcuni testimoni.
In particolare, due ore dopo l’omicidio, i militari piombarono nell’appartamento di Mecaj: era a torso nudo e stava lavando una maglietta. Non una maglietta qualunque, ma una compatibile a quella indossata dal rapinatore, ripreso dagli “occhi elettronici”. 
La possibilità che l’assassino vivesse nelle vicinanze del luogo del delitto, proprio come il 33enne, fu considerata in seguito all’ascolto di un giovane, il quale riferì di aver notato un individuo allontanarsi verso un pozzo con una busta bianca e ritornare a mani vuote, mostrando di conoscere la zona.
In quella busta recuperata dai carabinieri del comando provinciale di Lecce e dai vigili del fuoco c’erano gli abiti indossati dai banditi.
Non solo. In casa del 33enne, gli investigatori trovarono anche la pistola, una Beretta calibro 9.
Da un primo esame dei telefoni emerse inoltre che ci fossero stati diversi contatti con Capone, l’ultimo, il giorno della rapina, intorno alle 16.20.

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