Cronaca

Omicidio De Santis: "Confermare condanna per Nestola"

Il procuratore generale della repubblica Giuseppe Vignola ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado nel processo d'appello celebrato nei confronti dell'uomo accusato di aver ucciso il socio

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LECCE - Il procuratore generale della repubblica di Lecce, Giuseppe Vignola, ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado nel processo d'appello celebrato nei confronti di Vito Nestola, il pensionato 63enne originario di Copertino accusato dell'omicidio di Antonello De Santis, l'imprenditore del settore vinicolo assassinato il 14 marzo 2005 lungo la strada che collega Copertino a Nardò.

Nestola era stato condannato, nell'aprile del 2010, a 24 anni di reclusione. In primo grado i giudici della Corte di Assise avevano escluso le aggravanti dell'efferatezza e della crudeltà. Il corpo di De Santis fu rinvenuto nella parte posteriore di un furgoncino bruciato. Dall'esame autoptico emerse che la vittima era stata ripetutamente colpita con un'ascia e il suo corpo abbandonato nel veicolo quando era ancora vivo. La morte dell'imprenditore fu, infatti, dovuta ad asfissia.

Nella propria requisitoria, durata poco più di un'ora, Vignola ha ripercorso gli eventi di quel tragico pomeriggio di primavera e gli elementi probatori a carico dell'imputato, a cominciare dal movente dell'omicidio. Un omicidio maturato nell'ambito di forti contrasti di carattere economico sorti tra Nestola e De Santis. Contrasti legati alla cessione di un'azienda vinicola, la Ruggieri-Martinelli di Copertino, intestata alla moglie, di cui il Nestola era assolutamente intenzionato ad entrare in possesso.

Un progetto che si sarebbe però scontrato con le difficoltà economiche dell´accusato, che era gravato da protesto, e cui le finanziarie avevano negato l'erogazione di un prestito. L'uomo avrebbe inoltre contratto un grosso debito con De Santis: circa 240 mila euro per l'affitto dei capannoni aziendali, pagati in assegni che la vittima non aveva mai riscosso, e che furono poi ritrovati nel suo ufficio.

Per l'accusa, ad avvalorare la colpevolezza di Nestola vi sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. In particolare, il 18 maggio 2006, mentre percorreva la strada Copertino-Nardò, giunto all'altezza dell'uliveto dove fu trovato il corpo della vittima, il presunto assassino avrebbe pronunciato una frase compromettente: "Adesso stai là e là rimarrai. Voi poliziotti state facendo un buco nell'acqua, l'arma non l'avete trovata".

Un agente di polizia, che per primo notò il furgone in fiamme, ha dichiarato di aver visto una Fiat Bravo di colore scuro con a bordo un uomo. Lo stesso tipo di auto in possesso del nipote di Nestola, con il quale l'imputato era in contatto telefonico quel pomeriggio. Inoltre, dall´esame delle celle telefoniche sarebbe emerso che il 63enne si trovava nei pressi del luogo dell'omicidio quel pomeriggio.

Dopo l'accusa sono stati i legali di parte civile, gli avvocati Diego Mansi e Giuseppe Bonsegna, che rappresentano la moglie di De Santis e le due figlie, a prendere la parola. L'avvocato Bonsegna ha ripercorso, passo dopo passo, i motivi d'appello della difesa dell'imputato, confutando, attraverso le prove presentate dall'accusa a dibattimento e gli elementi di diritto già emersi, le tesi difensive. L'udienza è stata aggiornata al prossimo 17 ottobre, data in cui si terranno le arringhe dei difensori dell'imputato: gli avvocati Angelo Pallara e Rosafio. Poi, al termine delle eventuali repliche, la Corte (presidente Rodolfo Boselli, a latere Vincenzo Scardia e giudici popolari), si riunirà in camera di consiglio per emettere la sentenza.


Vito Nestola fu arrestato il 23 aprile 2010, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla Corte di Assise di Lecce su richiesta del pubblico ministero Paola Guglielmi, dagli agenti del Commissariato di Nardò. Nestola, infatti, era stato scarcerato dal Tribunale del Riesame, che aveva riformato l'ordinanza di custodia cautelare non ritenendo valide alcune prove. Dopo la sentenza di condanna la Corte, però, ritenne che potesse configurarsi il pericolo dell'inquinamento probatorio da parte dell'imputato, che avrebbe inoltre potuto sottrarsi all'esecuzione della pena o commettere reati analoghi a quello per cui era stato condannato.

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