Omicidio di Collemeto, condannato a diciassette anni il barista Alfieri

Diciassette anni, è questa la condanna inflitta dal gup Vincenzo Brancato a Diego Alfieri, il barista accusato dell'omicidio di Giampiero Murinu, l'agricoltore di 39 anni ucciso il 2 giugno del 2012 nelle campagne tra Galatina e Collemeto. Alfieri è accusato di omicidio aggravato dai futili motivi

LECCE – Diciassette anni, è questa la condanna inflitta dal gup Vincenzo Brancato a Diego Alfieri, 35 anni, il barista accusato dell’omicidio di Giampiero Murinu, l’agricoltore di 39 anni ucciso il 2 giugno del 2012 nelle campagne tra Galatina e Collemeto. Alfieri è accusato di omicidio aggravato dai futili motivi e dalla detenzione illegale di arma da fuoco. L’imputato, assistito dagli avvocati Giuseppe e Michele Bonsegna, ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato. Accolta, sostanzialmente, la richiesta e la tesi del pubblico ministero Paola Guglielmi. Una pena che ha tenuto conto delle attenuanti generiche e dello sconto previsto dal rito (un terzo degli anni complessivi). Una sentenza che, dopo il deposito delle motivazioni, la difesa con ogni probabilità impugnerà, anche e soprattutto per dimostrare che Alfieri ha agito per legittima difesa.

Quattro anni e 8 mesi, invece, la condanna inflitta (sempre in abbreviato, alla moglie della vittima, Katia Valiani, per cui il reato ipotizzato è di detenzione illecita, porto e cessione di arma da fuoco.

Come nel più classico dei drammi di Garcia Lorca, la tragedia si consumò alle cinque della sera, sotto un sole feroce e abbacinante, in cui le umane passioni si trasformano in disgrazia. Secondo la ricostruzione dei fatti fornita dallo stesso Alfieri al gip, già nella mattinata la vittima, accecato dalla gelosia per la relazione che la moglie aveva intrapreso con lui, avesse chiesto un incontro chiarificatore, fissandolo per il pomeriggio. La coppia, dunque, sarebbe passata a prendere il 31enne dal bar dove lavora, a Galatina. Il presunto omicida, preoccupato, avrebbe portato con sé la pistola che la stessa donna gli aveva consegnato alcuni giorni prima (da qui l’accusa contestata), sottraendola da quelle del marito: “Ha un arsenale” gli avrebbe detto, “stai attento”. Murinu avrebbe quindi condotto i due in campagna, nei pressi della propria abitazione. Lì, dopo aver bloccato la chiusura delle portiere della sua autovettura, una Lancia Phedra, si sarebbe chinato per raccogliere un’arma nascosta sotto il sedile del passeggero, dove si trovava la compagna.

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foto ALFIERI Diego-2-3-3Alfieri, seduto sul lato destro della parte posteriore dell’autovettura, temendo per la propria incolumità, avrebbe estratto la pistola ed esploso almeno due colpi: il primo avrebbe colpito la vittima all’omero, il secondo tra la scapola e la nuca. Poi, sarebbe fuggito dal finestrino. Nessuna delle due armi, però, è stata rinvenuta dalla polizia o dai carabinieri. Secondo l’ipotesti accusatoria il 31enne avrebbe ricevuto dunque la pistola (una calibro 7,65, come stabilito dai proiettili estratti dal corpo della vittima un sede di esame autoptico) dalla compagna di Murinu solo per difesa, visti i propositi del marito. Non vi sarebbe stato alcun intento omicida da parte della donna. Lo stesso Alfieri del resto ha ribadito più volte, nel corso dei numerosi interrogatori cui è stato sottoposto, di aver agito per difesa, temendo per la propria incolumità. Una tesi che un aspetto rilevante in sede di giudizio.

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