Omicidio Fasano, i presunti assassini in silenzio davanti al giudice

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i ragazzi accusati di aver ucciso il 22enne di Melissano per contrasti legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Parlano e si difendono solo due degli altri otto arrestati

La strada dell'omicidio.

LECCE - Hanno scelto la via del silenzio i due presunti assassini del 22enne Francesco Fasano, freddato con un colpo di pistola (una calibro 9) alla tempia quattro giorni fa nelle campagne di Melissano. Stiamo parlando di Daniele Manni, 32 anni, di Casarano e di Angelo Rizzo, 23, di Melissano (nelle foto in basso, ndr), finiti in carcere con l’accusa oltre che di omicidio, di aver fatto parte di un’organizzazione dedita al traffico e allo spaccio di ingenti quantità di droga, in particolare cocaina e marijuana, a Melissano e nei paesi vicini, avendo pure disponibilità di armi.

Secondo l’accusa, è proprio dalla scissione del gruppo in due fazioni rivali che sarebbe maturato l’omicidio del ragazzo, scampato solo qualche giorno prima a un agguato: nella notte tra il 18 e il 19 luglio scorsi, la sua auto fu crivellata da colpi d’arma da fuoco insieme a quella di Pietro Bevilacqua, 32 anni, di Casarano. Per questo episodio, la Procura ritiene responsabile (di duplice tentato omicidio) solo Manni.

Angelo Rizzo-2Daniele Manni-2In mattinata, dinanzi giudice per le indagini preliminari Carlo Cazzella si sono presentati anche gli otto uomini finiti in manette, a meno di 24 ore dal delitto di Fasano, considerati componenti delle due bande. In sei si sono avvalsi della facoltà di non rispondere (Pietro Bevilacqua, Biagio Manni, 50 anni, Luciano Manni, 65, il figlio Maicol Andrea, 27, Luca Piscopiello, 37, Luca Rimo, 36, tutti di Melissano), mentre in due hanno risposto alle domande per rigettare ogni addebito. Si tratta di Antonio Librando, 52 anni, di Melissano, e Gianni Vantaggiato, 47 anni, residente a Tonco (in provincia di Asti). 

Il primo ha spiegato di trovarsi in libertà vigilata e di lavorare dalla mattina alla sera; il secondo ha dichiarato di lavorare per una cooperativa ad Asti e di trovarsi nel Salento da qualche giorno perché in ferie; ha cercato di chiarire inoltre alcuni passaggi di una conversazione telefonica avuta con Piscopiello lo scorso maggio, in cui invitava l’amico a stare lontano da certa gente ed ad avviare insieme un’attività che, a detta dell’indagato, nulla avrebbe avuto a che fare con la droga.

Alcuni passaggi delle intercettazioni

Ecco alcuni passaggi delle intercettazioni finite al vaglio del giudice: “Adesso che scendo apro pure io una fabbrica di calze e ci mettiamo e facciamo calzini tutti e due”, e ancora “quanto più stai lontano meglio è dammi retta, stiamo per i cazzi nostri tranquilli guarda nella legalità è meglio ancora…”. Insomma, stando a quanto dichiarato da Vantaggiato, il termine calze non si riferisce agli stupefacenti, gestendo realmente l’amico Piscopiello un calzaturificio insieme alla compagna.

Starà ora al giudice Cazzella, decidere se convalidare o meno il fermo disposto dal procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e dai sostituti Stefania Mininni e Maria Vallefuoco.

La indagini nate da un altro omicidio

Stando alle indagini, avviate lo scorso marzo, in seguito a un altro omicidio, quello del leader del gruppo, Manuel Cesari, di cui ancora non si conoscono gli artefici, l’organizzazione si sarebbe scissa in due fazioni: una composta da Biagio Manni, Pietro Bevilacqua e la vittima Francesco Fasano e l’altra, da Luciano Manni, i figli Daniele e Maicol, Luca Rimo e Angelo Rizzo. Tra i principali motivi del disaccordo ci sarebbero stati la mancanza di una leadership carismatica, la divisione dei guadagni legati allo spaccio e la pretesa di Luciano e Daniele Manni di avere Rimo come pusher al proprio servizio. Quindici giorni prima dell’omicidio di Fasano entrambe le bande avrebbero ripetutamente espresso reciproci intenti omicidiari.

Fasano unico bersaglio possibile

Prova ne sia, l’agguato del 19 luglio, proprio in seguito al quale lo stesso Bevilacqua e Biagio Manni si trasferirono in un B&B a Collepasso. Fasano che, stando al contenuto di alcune intercettazioni, aveva manifestato la volontà di vendicarsi, invece, si era limitato a far visita agli amici. Sarebbe stato quindi l’unico bersaglio possibile, secondo i magistrati che individuano in Daniele Manni e Angelo Rizzo i responsabili della sua morte. Il ragazzo sarebbe stato ucciso alle ore 23, perché è a quest’ora che risponde al telefono per l’ultima volta, poi il suo cellulare squillerà più volte invano.

Lo studio delle celle telefoniche

Lo studio delle celle telefoniche dimostra, inoltre, che i due indagati, quella notte, non sono rientrati a casa, ma da Melissano si sono spostati prima verso Gallipoli, poi hanno raggiunto Lecce. Infine, dal contenuto di alcune conversazioni intercettate dagli investigatori si evincerebbe l’intenzione di Manni di costruire false prove a suo favore. Per tutte queste ragioni (gravissimi indizi di colpevolezza, pericolo di fuga e di reiterazione del reato), gli inquirenti hanno chiesto al giudice di convalidare il fermo in carcere.

Gli indagati sono assistiti dagli avvocati Francesco Fasano, Silvio Caroli, Stefano Pati, Attilio Nassisi e Mario Coppola.

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