Omicidio Greco: discrepanze e collaboratori inattendibili, difesa confuta l'accusa

E' approdata dinanzi al Tribunale del Riesame l'ordinanza emessa nei confronti di Marcello Padovano e Nicola Greco, accusati di essere rispettivamente uno dei mandanti e degli esecutori dell'omicidio di Carmine Greco, commesso nel 1990. Tanti gli elementi della difesa per confutare l'ipotesi accusatoria

LECCE – Discrepanze e incongruenze nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, mancato riconoscimento da parte di alcuni testimoni, evidenti discordanze sulle modalità in cui è avvenuto l’omicidio, mancanza delle esigenze cautelari. E’ approdata dinanzi ai giudici del Tribunale del Riesame l’ordinanza di custodia emessa nei confronti di Marcello Padovano, 53enne, e Nicola Greco, 44enne, accusati di essere rispettivamente uno dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio di Carmine Greco, commesso il lontano 13 agosto 1990. Tanti gli elementi della difesa per confutare l’ipotesi accusatoria.

Per Greco gli avvocati Massimiliano Petrachi e Umberto Leo hannoe evidenziato incongruenze e contraddizioni dei collaboratori che accusano il loro assistito, in particolare di Carmelo Mendolia (secondo esecutore materiale e reo confesso dell’omicidio) e Marco Barba, già processato e assolto per lo stesso omicidio. Sul pericolo di fuga il collegio difensivo ha sottolineato il fatto che già da un anno e mezzo, in occasione del processo per l’omicidio di Salavtore Padovano, fossero emerse accuse e indagini nei confronti del loro assistito, come dimostrano alcuni articoli apparsi sulla stampa locale.

Discorso analogo per Padovano, che ha già ottenuto i domiciliari per motivi di salute. Dinanzi al Riesame gli avvocati Giovanni e Gabriele Valentini hanno evidenziato l’estraneità del loro assistito ai fatti contestati, confutando le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, e la mancanza delle esigenze cautelari. Marcello Padovano, alias “brioscia”, non aveva alcun potere all’interno del clan, e mai avrebbe potuto commissionare un omicidio. In quegli anni a dettare legge a Gallipoli e in una vasta zona del Salento, era il clan Padovano, capeggiato dal boss Salvatore (alias Nino bomba). Al suo fianco il fratello Rosario, già condannato all’ergastolo come mandante degli omicidi di Salvatore Padovano e dello stesso Greco.

Le indagini sull'omicidio, a distanza di quasi un quarto di secolo, sono state condotte dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Lecce (al comando del tenente colonnello Antonio Massaro). Padovano Il primo è stato arrestato nella sua abitazione di Gallipoli, il secondo è stato bloccato alla guida di un furgone a Lecce. Nei loro confronti è stata eseguita un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Vincenzo Brancato su richiesta del sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone. Un'inchiesta lunga e complessa, che a distanza di tanti anni ha ricostruito, tassello dopo tassello, contesto e modalità dell'omicidio, avvalorando o confutando le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia: Marco e Giuseppe Barba, Simone Caforio e Giorgio Manis. Lo stesso procuratore Cataldo Motta ha sottolineato l'abilità investigativa del colonnello Massaro e dei suoi uomini.

Un delitto, quello di Greco, avvenuto nell'ambito della gestione del traffico di sostanze stupefacenti. Greco, avrebbe “spacciato ingenti quantitativi di droga sul territorio di Gallipoli da “cane sciolto”, senza rendere conto della sua attività all'organizzazione”. Un omicidio di cui l'altro mandante fu Rosario Padovano e Carmelo Mendolia il secondo esecutore materiale. E’ stato lo stesso Mendolia, siciliano, oggi collaboratore di giustizia a svelare il mistero di quel delitto. “Raggiunsi l’abitazione di Greco a bordo di una Fiat Uno – ha raccontato il collaboratore di giustizia con lucida e spietata freddezza –, con un altro ragazzo. Dopo aver attirato la sua attenzione gli sparammo diversi colpi. Tutto avvenne a poca distanza dalla moglie e dal figlio della vittima”.

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Nenè Greco fu attirato in una trappola, i sicari raggiunsero la sua abitazione di campagna a Gallipoli e lo attirarono con una scusa in un oliveto dove avevano nascosto le armi. Poi, con lucida e spietata freddezza, esplosero quattro colpi: due alla testa e due al petto. Rosario Padovano, come detto, è stato già condannato all'ergastolo e Mendolia a 14 anni di reclusione. Condanna giunta nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio di Salvatore Padovano (alias Nino bomba, fratello di Rosario e storico boss della Scu). 

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