Omicidio Manca, dopo la ritrattazione il teste conferma le accuse: "Ho paura"

Dopo aver ritirato le accuse nei confronti di Omar Marchello, 39enne di Lizzanello, il testimone spiega di averlo fatto per le minacce ricevute e la paura di ritorsioni

LECCE – C’è un nuovo colpo di scena legato all’omicidio di Gabriele Manca, 20enne di Lizzanello, assassinato il 17 marzo del 1999. Una delle persone sentite nel corso delle indagini, dopo aver ritrattato le accuse nei confronti di uno dei tre arrestati per il delitto: Omar Marchello, 39enne di Lizzanello, spiega di averlo fatto per le minacce ricevute e la paura di ritorsioni.

In particolare il teste riferì, nel febbraio del 2015 (sentito, alla presenza del suo avvocato, come indagato in un altro procedimento), di aver assistito a un’aggressione compiuta da Marchello e altre due persone nei confronti di un uomo per questioni legate al rifornimento di droga. Mentre i tre si allontanavano, raccontò al pubblico ministero, Marchello lo minacciò dicendo: “E tie non ha istu nienti, se no te fazzu fare la fine ca n’aggiu fattu fare allu Gabriel Manca, mangiato te li cani intru alle campagne”. A gennaio scorso, a distanza di quasi tre anni da quella dichiarazione, ha ritrattato tutto, spiegando di aver reso false dichiarazioni e di aver agito per antipatia nei confronti del 39enne.

Ora, con una nuova missiva inviata al procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi, fa nuovamente marcia indietro, affermando che le dichiarazioni rese nel 2015 corrispondono al vero, di aver assistito al pestaggio e di aver sentito pronunciare la frase da Marchello. “Sono stato oggetto di minacce anche tramite il social network Facebook – spiega il teste nella lettera –, ho avuto e ho anche ora paura di ritorsioni nei miei confronti, ma quanto riferito nel 2015 è vero”.

Con Marchello sono finiti in carcere Carmine Mazzotta, 44enne leccese; e Giuseppino Mero, 53enne di Cavallino. Il corpo di Manca fu ritrovato il 5 aprile, il giorno di Pasquetta, accanto a un muretto a secco sulla strada tra Lizzanello e Merine. Gabriele era stato assassinato a colpi di pistola, una Tokarev semi-automatica calibro 7,62, che lo avevano raggiunto al braccio e al gluteo destro, e al torace. Era stato colpito alle spalle, mentre cercava una inutile quanto disperata fuga. Secondo l’ipotesi accusatoria fu Mero a condurre la vittima in Contrada “Le Campore”, il pomeriggio del 17 marzo 1999, con la scusa di un chiarimento con Omar Marchello. Ad attenderlo, con quest’ultimo, vi era Carmine Mazzotta. Manca provò a fuggire ma fu colpito da Mazzotta e si accasciò al suolo, morendo poco dopo.

Sono state le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Alessandro Verardi e Alessandro Saponaro, a squarciare il velo di mistero e oblio che copriva l’omicidio di Merine. Entrambi hanno fornito la stessa versione dei fatti, fornendo inoltre riscontro a varie testimonianze (e persino una lettera anonima inviata al padre del ragazzo assassinato), dopo aver appreso dell’omicidio da uno dei presunti autori. Un delitto maturato per il contrasto legato allo spaccio di sostanze stupefacenti sulla “piazza” di Lizzanello. Contrasti che avevano portato Manca a scontarsi con un altro dei presunti autori dell’omicidio, Omar Marchello, referente per quella zona del gruppo cui apparteneva. Il 20enne non solo aveva spacciato senza autorizzazione nella zona controllata da Marchello, ma aveva cacciato in malo modo suo cugino dopo averlo sorpreso a cedere dell’eroina in un locale. Marchello aveva affrontato il suo rivale il 13 gennaio del 1997, colpendolo con uno schiaffo, ricevendo una coltellata al viso che lo aveva costretto a ricorrere alle cure mediche. Inoltre, durante un tentativo di conciliazione, il 20enne aveva colpito con violenza alle gambe Marchello con una stecca da biliardo. Manca era stato denunciato e da allora non perdeva occasione per definire Marchello un “infame”, mostrando gli atti del processo che sarebbe dovuto iniziare alcuni giorni dopo la sua morte.

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