Omicidio Manca, in tre a processo. Un quarto sceglie il rito abbreviato

A distanza di quasi 19 anni approda nelle aule giudiziarie un delitto di mafia rimasto irrisolto fino ad alcuni mesi fa

LECCE – In tre finiscono a processo per un delitto lontano nel tempo, quello di Gabriele Manca, 20enne di Lizzanello, assassinato il 17 marzo del 1999. Il gup Cinzia Vergine ha rinviato a giudizio, al termine dell’udienza preliminare, Giuseppino Mero, 53enne di Cavallino; Omar Marchello, 39enne di Lizzanello e Pierpaolo Marchello, 40enne di Lizzanello. Il processo dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Lecce si aprirà il prossimo 13 dicembre. Sarà giudicato con il rito abbreviato il quarto imputato, Carmine Mazzotta, 45enne di Lecce.

L’omicidio

Quel tragico pomeriggio di sangue Gabriele Manca aveva appuntamento con suo padre Giovanni, che avrebbe dovuto accompagnarlo in stazione. Il 20enne di Lizzanello era un militare di leva e avrebbe dovuto fare ritorno a Foggia. All’appuntamento, però, non arrivò mai. Il padre lo attese invano e il giorno dopo si recò dai carabinieri per denunciarne la scomparsa. Le ricerche furono avviate subito, si scandagliarono ospedali e carceri, ma di quel ragazzo definito negli atti di polizia giudiziaria come “dal carattere irascibile, attaccabrighe e violento”, oltre che “soggetto emergente della criminalità locale”, non fu trovata alcuna traccia. Sulla scomparsa di Gabriele Manca scese subito un velo di paura e omertà. Erano anni difficili, in cui la Sacra corona unita imponeva la legge del sangue, del silenzio e del rispetto. Don Alfonso Cannoletta, parroco di Lizzanello, invitò a collaborare per fare luce sulla scomparsa del 20enne. Un impegno cui seguirono due episodi inquietanti: il furto della sua auto e l’esplosione di tre colpi di pistola contro una vetrata della chiesa. Il corpo di Manca fu ritrovato il 5 aprile, il giorno di Pasquetta, accanto a un muretto a secco sulla strada tra Lizzanello e Merine. Gabriele era stato assassinato a colpi di pistola, una Tokarev semi-automatica calibro 7,62, che lo avevano raggiunto al braccio e al gluteo destro, e al torace. Era stato colpito alle spalle, mentre cercava una inutile quanto disperata fuga.

Le dichiarazioni dei collaboratori

Sono state le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Alessandro Verardi e Alessandro Saponaro, a squarciare il velo di mistero e oblio che copriva l’omicidio di Merine. Entrambi hanno fornito la stessa versione dei fatti, fornendo inoltre riscontro a varie testimonianze (e persino una lettera anonima inviata al padre del ragazzo assassinato), dopo aver appreso dell’omicidio da uno dei presunti autori: Carmine Mazzotta, 44enne leccese. Un delitto maturato per il contrasto legato allo spaccio di sostanze stupefacenti sulla “piazza” di Lizzanello. Contrasti che avevano portato Manca a scontarsi con un altro dei presunti autori dell’omicidio, Omar Marchello (39enne di Lizzanello), referente per quella zona del gruppo cui apparteneva. Il 20enne non solo aveva spacciato senza autorizzazione nella zona controllata da Marchello, ma aveva cacciato in malo modo suo cugino dopo averlo sorpreso a cedere dell’eroina in un locale. Marchello aveva affrontato il suo rivale il 13 gennaio del 1997, colpendolo con uno schiaffo, ricevendo una coltellata al viso che lo aveva costretto a ricorrere alle cure mediche. Inoltre, durante un tentativo di conciliazione, il 20enne aveva colpito con violenza alle gambe Marchello con una stecca da biliardo. Manca era stato denunciato e da allora non perdeva occasione per definire Marchello un “infame”, mostrando gli atti del processo che sarebbe dovuto iniziare alcuni giorni dopo la sua morte.

Gli arresti

Accuse e comportamenti che nella spietata logica criminale potevano essere cancellati solo col sangue. Fu il terzo uomo arrestato, Giuseppino Mero, 53enne di Cavallino, a condurre la vittima in Contrada “Le Campore” il pomeriggio del 17 marzo 1999 con la scusa di un chiarimento con Omar Marchello. Ad attenderlo, con quest’ultimo, vi era Carmine Mazzotta. Manca provò a fuggire ma fu colpito da Mazzotta e si accasciò al suolo, morendo poco dopo. Pagò con la vita la sua “ribellione” e il non volersi piegare alle leggi del clan. A distanza di oltre 18 anni i carabinieri del Ros coordinati dal pubblico ministero Antonio De Donno (ora procuratore a Brindisi), con pazienza e acume investigativo (dall’analisi degli alibi ai riscontri tecnici, dalle dichiarazione dei “pentiti” a quelle dei testimoni, dai sospetti agli incroci criminali), hanno raccolto le tessere di un mosaico che ha svelato movente ed esecutori di quel delitto rimasto sin qui insoluto, descritto nelle 39 pagine di ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alcide Maritati.

Il teste

Una delle persone sentite nel corso delle indagini, ha poi ritrattato le accuse nei confronti di uno dei tre arrestati per il delitto: Omar Marchello, 39enne di Lizzanello, spiegando di averlo fatto per le minacce ricevute e la paura di ritorsioni. In particolare il teste riferì, nel febbraio del 2015 (sentito, alla presenza del suo avvocato, come indagato in un altro procedimento), di aver assistito a un’aggressione compiuta da Marchello e altre due persone nei confronti di un uomo per questioni legate al rifornimento di droga. Mentre i tre si allontanavano, raccontò al pubblico ministero, Marchello lo minacciò dicendo: “E tie non ha istu nienti, se no te fazzu fare la fine ca n’aggiu fattu fare allu Gabriel Manca, mangiato te li cani intru alle campagne”. A gennaio scorso, a distanza di quasi tre anni da quella dichiarazione, ha ritrattato tutto, spiegando di aver reso false dichiarazioni e di aver agito per antipatia nei confronti del 39enne. Poi, con una nuova missiva inviata al procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi, fa nuovamente marcia indietro, affermando che le dichiarazioni rese nel 2015 corrispondono al vero, di aver assistito al pestaggio e di aver sentito pronunciare la frase da Marchello. “Sono stato oggetto di minacce anche tramite il social network Facebook – spiega il teste nella lettera –, ho avuto e ho anche ora paura di ritorsioni nei miei confronti, ma quanto riferito nel 2015 è vero”.

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