Omicidio Romano, confermata anche nel nuovo processo d'appello la condanna

Confermata anche nel nuovo processo d'appello, celebrato a Taranto, la condanna a trent'anni di carcere per Vincenzo De Salve, 60enne macellaio di Parabita, reo confesso dell'omicidio di Giorgio Romano, 61enne, originario di Matino. Romano fu ucciso a colpi di pistola all'alba del 13 settembre del 2008 in un capannone di sua proprietà

LECCE – Confermata anche nel nuovo processo d’appello, celebrato a Taranto, la condanna a trent’anni di carcere per Vincenzo De Salve, 60enne macellaio di Parabita, reo confesso dell’omicidio di Giorgio Romano, 61enne, originario di Matino. Romano fu ucciso a colpi di pistola all’alba del 13 settembre del 2008 in un capannone di sua proprietà, alla periferia di Parabita, lungo la strada che porta ad Alezio. In primo grado, nel processo celebrato con rito abbreviato, il gup Ines Casciaro aveva accolto la richiesta formulata dal pubblico ministero, escludendo l’aggravante della crudeltà ma confermando la premeditazione.

La sentenza era stata poi confermata in appello, ma la Corte di Cassazione l’aveva annullata stabilendo che un nuovo processo fosse celebrato sulla base della valutazione di un’eventuale provocazione della vittima. Supposizione basata su una nota dei carabinieri che, però, i giudici non hanno ritenuto valida, così come sostenuto e documentato dal legale della famiglia Romano, l’avvocato Vincenzo Venneri. De Salve è assistito dall’avvocato Elvia Belmonte.

Ad armare la mano di De Salve sarebbero stati i contrasti di natura economica legati all’acquisto all’asta di alcune proprietà dell’ex macellaio da parte proprio di Romano. Nei mesi precedenti l’omicidio De Salve aveva accumulato debiti sempre più ingenti, tanto da spingere le banche a mettere all’asta alcuni suoi beni, tra cui un appartamento ed una macelleria. La vittima, che già in passato si era aggiudicata altri beni pignorati, si era assicurata anche l’esercizio commerciale appartenuto al figlio di De Salve.

De+Salve+-3Con la scusa di alcuni chiarimenti, quella mattina di settembre l’uomo raggiunse, armato, l’imprenditore presso il fabbricato dove svolgeva gran parte della propria attività. Secondo la ricostruzione processuale, De salve impugnò la pistola, una vecchia Steyr calibro del 1915 appartenuta al padre, e fece fuoco per cinque volte, colpendo ripetutamente la vittima al volto, al torace e al gluteo. Una vera e propria esecuzione, feroce e spietata, commentata con freddezza dallo stesso presunto omicida in un’intercettazione telefonica: “Gli ho sparato in testa, come ai vitelli”.

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Dopo l’omicidio, De Salve, riconosciuto da due testimoni, si allontanò a bordo della sua automobile, una Fiat Uno bianca, facilmente distinguibile per il cattivo stato della carrozzeria e per la presenza di lunghi fascioni neri presenti sulle fiancate. La sua latitanza durò poco meno di un’ora: furono i carabinieri di Parabita a rintracciarlo nella sua abitazione, mentre sorseggiava tranquillamente un caffè. Poco dopo l’uomo confessò l’omicidio, giustificando il suo gesto con la rabbia che aveva accumulato nei confronti di Romano, capace di portargli via tutto ciò che gli apparteneva. Una confessione non priva, però, di lacune e contraddizioni, come ad esempio sull’arma: l’ex macellaio dichiarò di averla gettata sul luogo del delitto, mentre fu rinvenuta in un canale nei pressi della sua abitazione.

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