Cronaca

Omicidio Zuccaro, diventa definitiva la condanna a trent'anni per Arseni

L'assassinio a San Cesario nel 2012. Riparte da zero, invece, il processo per tre dei presunti fiancheggiatori: si dovrà sostenere a Brindisi, dove si sarebbe configurato il favoreggiamento

Nel frame di una videocamera: Arseni armato di pistola insegue Zuccaro.

LECCE – Diventa definitiva la condanna a trent’anni per Lorenzo Arseni, il 49enne di San Cesario accusato dell’omicidio di Gianfranco Zuccaro, il 37enne assassinato a colpi di pistola la mattina del 7 luglio del 2012 nel centro di San Cesario. I giudici della Corte di Cassazione hanno rigettato l’appello presentato dalla difesa (Arseni è assistito dall’avvocato Ladislao Massari), confermando la sentenza di secondo grado. Quello di Zuccaro fu dunque un omicidio premeditato. In primo grado Arseni era stato condannato, con rito abbreviato, a vent’anni. L’accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Antonio De Donno e Roberta Licci, aveva chiesto l’ergastolo per l’autore dell’assassinio, inquadrando l’episodio in un contesto mafioso e avvenuto con premeditazione. Il gup Carlo Cazzella, accogliendo le tesi dei legali di Arseni, gli avvocati Massimiliano Petrachi e Ladislao Massari, che nelle loro arringhe avevano confutato le aggravanti, non aveva riconosciuto la premeditazione, ma solo la modalità mafiosa.

In appello il procuratore generale Antonio Maruccia aveva chiesto di riconoscere l’aggravante della premeditazione e condannare l’imputato all'ergastolo o, in subordine, di ricalcolare la pena a trent’anni di reclusione. Una richiesta accolta dai giudici che, allo stesso tempo, avevano accolto la tesi difensiva secondo cui alla base dell’omicidio non vi è alcuna aggravante del metodo mafioso (riconosciuta come detto in primo grado e caduta in appello), evidenziata dall’accusa dalla platealità del delitto. Per la difesa si era trattato, come evidenziato dalle immagini di videosorveglianza di un esercizio commerciale, di un omicidio d’impeto. Una tesi avvalorata da circostanze, testimonianze e riscontri concordi sul fatto che l’omicidio sia maturato in un contesto di acredini e forti contrasti personali tra Arseni e Zuccaro. L'assassino ha sempre sostenuto davanti agli inquirenti d’aver agito in maniera istintiva, sparando non per uccidere ma per ferire. Alla base vi sarebbe stata la gelosia.

Riparte da zero, invece, il processo per tre dei presunti fiancheggiatori di Arseni: Antonio De Marco, 45enne di Torchiarolo, convivente della sorella di Arseni; Federica Ferrara, 27 anni, di Brindisi; e Maurizio Manfreda, 43 anni, di Brindisi. I giudici hanno accolto la tesi dell’avvocato Ladislao Massari che ha evidenziato come il favoreggiamento si sia configurato in provincia di Brindisi e non a Lecce. E’ proprio nella prima città che sarà celebrato il nuovo processo.

La sera prima dell’omicidio Arseni avrebbe saputo dalla moglie che Zuccaro in più occasioni l’aveva infastidita, rivolgendole avance e apprezzamenti. In alcuni casi, sempre in assenza del marito, il bodyguard si sarebbe recato presso l’abitazione della coppia. La domenica mattina del 7 luglio, Arseni avrebbe quindi deciso di incontrare il suo rivale nel bar abitualmente frequentato d quest’ultimo per chiarimenti, portando però con sé una pistola perché Zuccaro era indubbiamente un uomo prestante, che della propria fisicità ne aveva fatto un lavoro.

Lorenzo Arseni-9Dopo aver preso un caffè, la conversazione tra i due è proseguita all’esterno: Zuccaro avrebbe inizialmente negato ogni contatto con la compagna dell’arrestato, ma mentre i due si stavano separando, il bodyguard (sempre secondo quanto raccontato da Arseni) avrebbe rivolto pesanti apprezzamenti nei confronti della moglie, schernendolo.

A quel punto, accecato dalla gelosia, il 49enne avrebbe estratto la pistola (custodita forse in auto), sparando una serie di colpi “alla cieca”. Zuccaro morì in pochi istanti, dopo essersi trascinato per alcuni metri per le ferite causate da tre colpi di pistola calibro 7.65 che gli trapassarono il fegato e un polmone. L’omicidio dunque, secondo la versione fornita dall’assassino, non avrebbe avuto mandanti, né modalità mafiose, ma sarebbe stato solo il frutto di una folle e accecante gelosia. Una tesi, questa, che non ha mai convinto a fondo gli inquirenti.

I carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce, nel corso delle indagini (e avvalendosi anche delle fondamentali riprese del sistema di videosorveglianza di un'attività commerciale, in piazza), scoprirono ben presto chi fosse stato a uccidere il bodyguard ma Arseni, intanto, era già fuggito. L’omicida trascorse la latitanza a Lendinuso, marina di Torchiarolo, nel brindisino. A distanza di oltre un mese dall’omicidio, i militari diretti dal capitano Biagio Marro scovarono la moglie, risalendo così al nascondiglio dell’imputato. La donna si trovava al riparo di uno degli ombrelloni della spiaggia adriatica, assieme al figlio di sei anni. Pedinata fino all’abitazione – una villetta messa a disposizione da presunti complici e presa in affitto da terzi –, i carabinieri sorpresero Arseni e lo arrestarono.

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