Mercoledì, 4 Agosto 2021
Cronaca

Omicidio Renda, le accuse della madre: "La polizia messicana voleva estorcergli soldi"

Si è aperto il processo per la morte del bancario leccese avvenuta nel marzo del 2007, in una cella, dopo un arresto, nel corso di una vacanza. In aula anche l'ambasciatore dell'epoca: "Autorità messicane poco collaborative"

Simone Renda.

 

LECCE – Si è aperto oggi, dinanzi ai giudici della Corte d’Assise, il processo per l’omicidio di Simone Renda, il bancario leccese di 34 anni deceduto il 3 marzo del 2007, in una cella, dopo essere arrestato, nel corso di una vacanza in Messico.

Gli otto imputati, tutti cittadini messicani, sono il giudice qualificatore Hermilla Valero Gonzalez; Cruz Gomez (responsabile dell’ufficio ricezione del carcere); Enrique Sánchez Nájera (guardia carceraria); Pedro May Balam, vicedirettore del carcere; Francisco Javier Frias e Jose Alfredo Gomez, agenti della polizia turistica del municipio di Playa del Carmen; Arceno Parra Cano, vicedirettore del carcere; e Luis Alberto Landeros, guardia carceraria. Le ipotesi di reato nei loro confronti sono di omicidio e violazione dell’articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.  

Sul banco dei testimoni è salita Cecilia Greco, la mamma di Simone, che ai giudici ha spiegato di aver sentito per l’ultima volta il figlio giorno prima del suo rientro in Italia: “Mi ha chiamato e mi ha detto: mamma, qui va tutto bene, ho la valigia già pronta, ci vediamo domani”. La donna si è detta convinta del fatto che il 34enne sia rimasto vittima di un tentativo di estorsione da parte della polizia messicana: “Simone è arrivato in carcere dopo un'ora e mezza, dopo essere stato picchiato perché i poliziotti volevano estorcergli del denaro che lui non aveva”.

“Una volta arrivato in carcere – ha aggiunto la donna – Simone si sente male, ha un infarto, ma viene rinchiuso in una cella d’isolamento e lasciato lì. Senz’acqua e senza cibo per tre giorni e tre notti: è morto disidratato”. La signora Greco, trattenendo a fatica la commozione, ha raccontato di aver saputo della morte del figlio attraverso un fax che ne annunciava la cremazione. In aula anche l’ambasciatore italiano in Messico dell’epoca, Felice Scauso, che ha testimoniato come l’atteggiamento delle autorità locali sia stato poco collaborativo.

Per l’accusa, rappresentata dal procuratore Cartaldo Motta, fu un omicidio volontario, commesso “sottoponendo Renda a trattamenti crudeli, inumani e degradanti al fine di punirlo per una presunta infrazione amministrativa durante la sua detenzione nel carcere municipale di Playa del Carmen”. Simone Renda fu arrestato due giorni prima del decesso dalla polizia turistica con l’accusa di ubriachezza molesta e disturbo della quiete pubblica, e rinchiuso in una cella di sicurezza.

Al momento dell’arresto il medico in servizio aveva diagnosticato un grave stato clinico dovuto a ipertensione e un sospetto principio d’infarto, prescrivendo immediati accertamenti in una struttura ospedaliera. Le richieste del medico non furono ascoltate e il turista salentino fu trattenuto in stato di fermo senza ricevere assistenza sanitaria, abbandonato a se stesso. Senz'acqua e senza cibo per 42 ore, morì completamente disidratato. 

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Omicidio Renda, le accuse della madre: "La polizia messicana voleva estorcergli soldi"

LeccePrima è in caricamento