Sabato, 31 Luglio 2021
Cronaca

Operazione Augusta: altri tre a giudizio, tredici in abbreviato e un prosciolto

Si è conclusa la prima fase relativa all'udienza preliminare dell'operazione Augusta. Il gup Giovanni Gallo doveva decidere in merito alla posizione di 17 imputati, la cui posizione era stata stralciata per un difetto di notifica

 

LECCE – Si è conclusa la prima fase, quella relativa all’udienza preliminare, dell’operazione Augusta. Il gup Giovanni Gallo doveva decidere in merito alla posizione di 17 imputati, la cui posizione era stata stralciata per un difetto di notifica. Il gup ha rinviato a giudizio altre tre persone, accettato la richiesta di giudizio con rito abbreviato per 13 e prosciolto un imputato. Si tratta di Nicola Montinari, assistito dall’avvocato Anna Maria Ciardo, per cui il giudice ha stabilito, relativamente alle accuse contestate (relative a un presunto scambio di droga con un latro degli imputati), che il “fatto non sussiste”. Sono sei, complessivamente, gli imputati rinviati a giudizio, 58 quelli che hanno scelto il giudizio con rito abbreviato, e due il patteggiamento. Nella prossima udienza, prevista per il 16 ottobre settembre, inizieranno i patteggiamenti.
 
In oltre quattro anni d'indagini, condotte dai carabinieri del Ros, coordinati dal colonnello Paolo Vincenzoni, e dagli uomini del comando provinciale di Lecce, guidati dal colonnello Maurizio Ferla, gli inquirenti hanno documentato il processo di riorganizzazione di uno dei clan storici della Scu, quello legato alla figura carismatica del boss Salvatore Rizzo, detto Totò, 60 anni, già condannato nel primo maxi processo alla quarta mafia pugliese e noto per il tentativo, poi risultato vano, di fondare la "Famiglia salentina libera", un'associazione mafiosa parallela operante a Lecce e dintorni. Un'operazione che, secondo il procuratore Motta, ha dimostrato come la Sacra corona unita continui, nonostante gli arresti operati dalle forze dell'ordine e l'attività incessante di contrasto, a rinascere dalle proprie ceneri e rimanere radicata nel territorio e nella realtà salentina.
 
Lo scorso 4 ottobre, come negli anni più difficili della lotta alla mafia, la tranquilla notte del capoluogo salentino fu bruscamente interrotta dal frastuono delle pale degli elicotteri che volteggiavano in supporto alle centinaia di uomini dell'Arma impiegati nell'esecuzione di 49 ordinanze di custodie cautelare emesse dal gip Alcide Maritati su richiesta del procuratore della Repubblica Cataldo Motta, dell'aggiunto Antonio De Donno e dal sostituto Francesca Miglietta. Altre 18 persone sono state indagate a piede libero. L'accusa contestata, a vario titolo, è di associazione per delinquere di stampo mafioso, finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, ed estorsioni aggravate dal metodo mafioso.
 
A guidare il processo di riorganizzazione del sodalizio il pregiudicato Ivan Firenze, già affiliato al clan capeggiato dal defunto boss Giuseppe Lezzi (assassinato ad Amsterdam nel novembre del 2001), e referente nel traffico di stupefacenti nel capoluogo salentino e in altri comuni della provincia. Due i principali canali di approvvigionamento: quello olandese e quello laziale, riconducibile al gruppo criminale diretto dal boss Carmine Fasciani (alias don Carmine), padrino indiscusso del litorale romano. Dopo l'arresto di Firenze, avvenuto nel gennaio 2008, la gestione delle attività illecite era stata affidata a Nicolino Maci, attraverso le cosiddette sfoglie, i messaggi con precise direttive operative che il 36enne riceveva direttamente dal carcere.
 
Le dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Giuseppe Manna, hanno indicato l'esistenza di un nuovo gruppo, nato da un accordo tra Totò Rizzo e Alessandro Verardi (l'ex latitante arrestato a marzo scorso), e capeggiato dallo stesso Verardi e Andrea Leo, alias Vernel, dedito allo spaccio di stupefacenti in diversi comuni della provincia salentina. Ipotesi accusatorie confermate anche dalle recenti dichiarazioni di Verardi (divenuto a sua volta collaboratore di giustizia), che ai magistrati ha confermato, in oltre duecento pagine di memoriale, come il clan avesse dunque conquistato il monopolio del mercato degli stupefacenti, cocaina soprattutto, da spacciare tra i rampolli della "Lecce bene". Una cerchia di "insospettabili" che ha indirettamente aumentato e foraggiato il potere economico del clan, pronto a investire in altre attività criminali. "Il 34enne ha spiegato come la droga viaggiasse sull'asse tra l'Italia e la Spagna". Nella penisola iberica il collaboratore avrebbe "stretto rapporti con trafficanti marocchini che fornivano hashish e venezuelani che fornivano cocaina"
 
Il clan aveva dunque conquistato il monopolio del mercato degli stupefacenti, cocaina soprattutto, da spacciare tra i rampolli della "Lecce bene". Una cerchia di "insospettabili" che ha indirettamente aumentato e foraggiato il potere economico del clan, pronto a investire in altre attività criminali.
 
Non c'erano solo il traffico di droga e le estorsioni, infatti, tra le attività economico-criminali finite nel mirino dei clan emergenti della Sacra corona unita. Attraverso una capillare attività d'indagine, costituita d'intercettazioni ambientali e appostamenti, l'operazione Augusta ha evidenziato come la Scu leccese tentasse di rimodulare le proprie strategie, individuando in attività imprenditoriali apparentemente lecite, nuove e remunerative fonti di guadagno e di controllo del territorio. I soldi, secondo gli inquirenti, venivano reinvestiti in società come l'agenzia "Iron Service", capace di conquistare, attraverso minacce e intimidazioni, un regime pressoché monopolistico dei servizi di guardiania agli esercizi pubblici locali del capoluogo e dei comuni limitrofi. Un piccolo esercito di body guard e buttafuori, il cui compito era quello di assicurare il tranquillo svolgimento delle serate. L'agenzia, regolarmente registrata alla Camera di Commercio di Lecce, e intestata a Stefano Rizzo, nipote del boss Salvatore, svolgeva i propri servizi anche in manifestazioni di carattere pubblico.
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